Trovato il relitto dell’USS Indianapolis: la nave maledetta dall’Uranio di Hiroshima

Individuato il relitto dell’USS Indianapolis: l’incrociatore pesante dell’US Navy affondato dai giapponesi durante una ‘missione segreta’ che prevedeva il trasporto dell’Uranio 235 e di altri componenti essenziali per ‘Little Boy’, la bomba atomica sganciata su Hiroshima. Settantadue anni dopo l’affondamento portato a segno dai siluri del sottomarino giapponese I-58, il relitto dell’Indianapolis (seconda unità della marina statunitense a portare questo nome) è stato individuato ad una profondità di 5.500 metri lungo la rotta tracciata da Tinian alle Filippine. Ad individuare il relitto è stato il team di Paul Allen, il cofondatore di Microsoft ormai noto come ‘Cacciatore di Relitti’ del Pacifico.

 

La storia dell’Indianapolis

Scampata all’attacco di Pearl Harbour per un fortuito segno del destino – era al largo di Johnston Island per un’esercitazione di bombardamento navale – troverà il suo tragico epilogo il 30 luglio 1945 dopo essere salpata dal medesimo porto alla volta delle Filippine, rimanendo nota come il caso di affondamento che registrò più vittime nella storia della Marina degli Stati Uniti dopo l’affondamento della USS Arizona – colpita dai bombardieri giapponesi durante l’attacco del 7 dicembre e affondata mentre era alla fonda del porto di Pearl Harbor. Appena 4 giorni dopo aver consegnato il suo carico segreto che comprendeva l’Uranio arricchito e il meccanismo d’innesco di ‘Litte Boy’, l’Indianapolis ai comandi del capitano Charles Butler McVay venne sorpresa senza scorta di cacciatorpediniere e mantenendo la rotta in linea retta – senza ‘zizagare’ come da ordini e consuetudine – dal sottomarino del comandante Hashimoto, che invece di impiegare i siluri umani/kamikaze Kaiten lanciò una salva di siluri convenzionali centrandola due volte e causandone l’affondamento alle 00.14. Il messaggio di soccorso inviato dall’Indianapolis – a lungo ritenuto mai inviato poiché incapace di trasmettere – venne ignorato e i superstiti rimasero al largo del Mar delle Filippine in posizione ignota per diversi giorni. Dei 1.196 marinai a bordo 900 riuscirono a mettersi in salvo abbandonando la nave, compreso il comandante e parte degli ufficiali, ma gran parte di loro non trovò alcuna salvezza. Privi di dotazioni di salvataggio in numero sufficiente, costretti a turnazioni su battelli di salvataggio e zattere di fortuna, esposti ai continui attacchi degli squali e al sole del Pacifico che in breve portò molti marinai alla morte per distrazione, solo 316 sopravvissero fino ai soccorsi: che a causa di una serie di negligenze ed errori di valutazione sopraggiunsero solo 4 giorni – principalmente in seguito alla segnalazione dell’Ammiraglio McCormick, comandante del Task Group al quale doveva unirsi l’Indianapolis che non aveva più avuto notizie dell’incrociatore.

Parte dei superstiti del 1° dei 3° gruppi riuscì a trovare la salvezza rifugiandosi nella carlinga e sulle ali di un idrovolante PBY- Catilina impiegato nelle ricerche che tentò un ammaraggio – rimanendo irrimediabilmente danneggiato – mentre il resto venne tratto in salvo la notte del 3 agosto da diverse unità d’altura dell’US Navy. Il comandante dell’Indianapolis, capitano di vascello Charlie B. McWay III, sopravvisse all’affondamento e venne condotto davanti alla corte marziale per aver ignorato l’ordine di “zizgare” rendendo l’incrociatore privo di scorta un facile bersaglio per sottomarini nemici. Riconosciuto colpevole di condotta pericolosa non venne comunque radiato dalla Marina per intercessione dell’ammiraglio Nimitz, terminando la sua carica con il grado di contrammiraglio. Nel 1969 si suicidò per le continue pressioni ricevute da parte dei parenti dei marinai morti sotto il suo comando nel mar della Filippine. Nel 2000 il Congresso degli Stati Uniti approvò una risoluzione che scagionò il deceduto McWay.

di Davide Bartoccini

 

Davide Bartoccini
dav.bartoccini@gmail.com
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