Fort Lamy: un colpo di mano nella ‘guerra degli approvvigionamenti’

 A sentir pronunciare la locuzione, guerra degli approvvigionamenti, la mente corre subito ad un Mediterraneo scintillante e alla tragica lotta intercorsa tra il naviglio italiano e i mezzi aereo-navali della Royal Navy.
Le nostre truppe in Africa settentrionale erano assetate, affamate e soprattutto immobilizzate per mancanza di nafta. La decodificazione dei nostri messaggi cifrati permetteva agli inglesi di conoscere con esattezza la rotta dei convogli con gli indispensabili rifornimenti e puntualmente presentare un conto salato in termini di vite umane e tonnellaggio perduto. Tutto questo è, purtroppo, noto e ben documentato, quello che per troppo tempo è passato in sordina è, invece, il tentativo contrario. Come è facile immaginare anche le forze dell’asse tentarono di mettere a repentaglio gli approvvigionamenti alleati anche se lo scenario e i mezzi con cui furono condotte queste operazioni condannarono già in partenza il tentativo. Le vie di rifornimento britanniche erano sicuramente più lunghe e difficoltose di quelle nostrane ma allo stesso tempo più sicure. Dai porti gollisti dell’atlantico si snodavano per migliaia di chilometri fino al Nilo, completamente al di fuori del raggio di azione dell’aeronautica italiana e germanica. Lo snodo principale delle varie piste che innervavano il continente africano era la città di Fort Lamy, un insediamento sorto sulle sponde del lago Ciad. Lo spionaggio dell’asse ignorò l’esistenza di tale base fino al 1941, ovvero, fin quando non si fece avanti uno di quei “personaggi” che, per estrosità e capacità personali, riuscì a modificare il corso della storia. Theo Blaich, questo il suo nome, un esploratore, un avventuriero, un proprietario di piantagioni, l’unico volontario che nel 1939 si era presentato in servizio nella Luftwaffe con un aereo personale.

In pochi giorni il piano d’attacco a Fort Lamy venne approntato, Blaich sottopose un’idea di massima a Rommel che con la sua famosa R verde l’approvò. Rimasero da definire i dettagli, e per questo compito venne interpellata un’altra leggenda del deserto: il conte Vimercati-Sanseverino. Figlio di un ex senatore del regno, il conte era l’impersonificazione esatta dell’esploratore di fine ottocento, casco alla sahariana, toscano in bocca e occhi imperscrutabili. Anni prima, in una delle sue scorribande aviatorie, scoprì e mappò Campo 1, una distesa naturale di sabbia e selci lunga svariati chilometri in pieno deserto libico; distante settecento chilometri dalla costa era l’aeroporto ideale per la missione, oramai, imminente.

I tedeschi misero a disposizione un Heinkel He 111 e gli italiani un Savoia-Marchetti per il trasporto del carburante necessario al lungo volo. Il calcolo della benzina-avio per coprire l’enorme chilometraggio fu un lavoro lungo e soprattutto viziato dall’imponderabile. Dell’approntamento dei rifornimenti fu infatti, incaricato il servizio meteorologico della Luftwaffe  che inviò al campo base di Agedabia un capitano dall’accento sassone. Quest’ultimo, altri non era che un agente inglese del Long desert group, un’unità del primigenio M-5 che operava in Africa settentrione dietro le linee nemiche. I 5000 litri di benzina calcolati per la missione non sarebbero mai bastati per andare e tornare. Scoperto per un puro caso da un ufficiale Italiano, il finto colonnello, fu passato per le armi secondo il codice di guerra.

Un bombardiere Heinkel He 111 tedesco

Ignari di tutto, il capitano Blaich e il suo equipaggio spiccarono il volo alle 8:00 del 21 gennaio 1942. Nonostante il tempo avverso – i bollettini fasulli davano bel tempo, e il carburante fu considerato anche su questo parametro – il morale a bordo del bimotore tedesco era gioviale e spensierato. Del resto, gli uomini erano consapevoli di star svolgendo qualcosa di più di una normale azione di guerra. Un volo di migliaia di chilometri in pieno deserto, sorvolando zone che sulle mappe erano ancora bianche, dava l’idea di un’esplorazione più che di un bombardamento. Anche i caratteri e le attitudini degli uomini scelti per la missione contribuirono a far sviluppare un cameratismo più marcato nell’equipaggio, una fortuna, dato ciò che li attendeva sulla via del ritorno.

Alle 12:00, il pilota, il sottotenente Franz Bohnsack avvistò le sponde del lago Ciad e verso le 14:30 il bombardiere si trovò in prossimità della periferia di Fort Lamy. Totalmente inaspettato l’aereo sorvolò la città e si diresse verso le infrastrutture aeroportuali e i depositi di carburante destinato all’VIII armata britannica. Non un colpo fu sparato dalla contraerea nemica, la sorpresa riuscì in pieno. L’armiere, il sottotenente Fritz Dettmann, coadiuvato dal maresciallo Geissler, aprì il vano bombe, armò i sedici ordigni e aspettò il comando di Blaich:

Sganciare.

Le bombe irruppero nel pieno del dispositivo nemico, 400.000 litri di benzina, 10 aerei, le infrastrutture di stoccaggio e pompaggio del carburante e l’intera scorta di olio lubrificante divamparono in un unico e gigantesco incendio. L’equipaggio dell’He 111 è in festa, l’obbiettivo è stato raggiunto, anche gli alleati, ora, dovranno fare i conti con la scarsezza dei rifornimenti. Un’ultima virata sopra la città per accertarsi che tutti gli obbiettivi siano stati centrati e via verso nord, la tensione si scioglie, i nervi si distendono e i sorrisi si aprono come squarci biancastri sui grugni di quei sei veterani d’Africa.

Equipaggio HE 111

Passata l’euforia, l’uomo rientra nella divisa, ognuno ha il suo compito e del resto la pelle è ancora in ballo. L’apparecchio macina chilometri, passano ore di snervante volo ma nessuno dei punti di riferimento a terra viene scorto. Gli occhi del conte italiano guizzano nervosamente dall’indicatore del carburante all’orizzonte, volpe del deserto ante-litteram, Vimercati Sanseverino è il primo a rendersi conto della situazione: sono troppo lontani da Campo1. Dall’alto della sua esperienza consiglia a Blaich di atterrare. Trovare un fazzoletto di deserto dove far atterrare un bombardiere non è cosa da poco, soprattutto con i serbatoi vuoti. La fortuna volle così. A qualche miglio di distanza dalla rotta percorsa, il mitragliere Dettmann, scorse alla luce degli ultimi scampoli di sole, il costone di un uadi piuttosto dolce, sembrava fatto a posta, declinava dolcemente in una zona pianeggiante spazzata dal vento e  adatta all’atterraggio. L’apparecchio si appresta alla manovra e in un silenzio irreale posa le ruote sulla sabbia.

La notte, come una lama, cala sugli animi dei sei uomini e con il suo freddo, così stridente con le temperature diurne, compone un ossimoro con la vita di ognuno di loro. Secondo i calcoli del maggiore Italiano, l’aereo è atterrato ad almeno 200 chilometri da qualsiasi avamposto dell’asse, praticamente in pieno Sahara. Anche se con il morale a pezzi, gli uomini non si persero d’animo, approntarono il campo per la notte e fecero l’inventario delle provviste. Razionandolo, il cibo poteva bastare per giorni, imbarcato sull’He111 c’era di tutto, carne in scatola, pane nero tedesco, pasta italiana, patate, frutta secca perfino: il problema era l’acqua. Un bidone da venti litri, solo quella. L’esperienza permise rapidi calcoli, in quelle condizioni un uomo ha bisogno di due bicchieri d’acqua al giorno per sopravvivere, dividendo per cranio, fanno sei giorni.

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Sperare di essere trovati dalla ricognizione aerea, risultava chiaro a tutti, era solo una speranza dettata dall’angoscia. L’aereo e il suo equipaggio dovevano riuscire a segnalare la propria posizione se volevano rientrare alla base. L’unica speranza era riposta nelle mani del radiotelegrafista Wichmann che con la sua piccola ricetrasmittente da 3 watt doveva annullare l’enorme distanza che separava lui e suoi compagni dalla salvezza.

E’ il secondo mattino nel deserto e il contatto radio non viene ancora stabilito. Wichmann s’ingegna a costruire un secondo braccio d’antenna con i sostegni della tenda, cosicché da fargli assumere una forma a Ve aumentare la gittata del segnale. Passano i minuti e ancora nulla, il sudore scorre a rivoli sulla pelle degli uomini in attesa e la tensione comincia a fare brutti scherzi. Il maresciallo Geissler cade sfinito sotto il peso dei suoi anni e della sete, svenuto viene posto sotto l’ombra di un’ala della dell’aereo, si riprenderà solo al sopraggiungere della sera, spinto dall’urlo di gioia di Wichmann.

-Ricevo!

-Si, li sento, ci chiamano.

La sua matita corre sul blocchetto dei messaggi: VQBJ-VQBJ-BREVE LUNGO BREVE- BREVE-BREVE BREVE LUNGO…

Ora Wichmann martella la sua risposta :

qui VQBJ, ci sentite?

Finalmente il segnale da Agedabia:

Ricevuto.

Anche se il contatto è stabilito, la frequenza è molto debole, solo dopo due ore di continuo lavoro il radiotelegrafista della base riesce a carpire con sicurezza le informazioni sulla missione e le ipotetiche coordinate dove cercare l’aereo.

Il terzo giorno, sabato 24 gennaio, imperversa una tempesta di sabbia, un fittissimo velo giallo-bruno ricopre tutto per chilometri. Impossibile volare. A sera Wichmann ristabilisce il contatto radio, Agedabia risponde:

-L’azione di ricerca da parte degli Italiani è già iniziata. Finora è rimasta improduttiva.

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Spunta l’alba della domenica, il quarto giorno nel deserto. Gli uomini sono esausti, le labbra screpolate, la bocca arsa è amara, le normali funzioni dell’organismo sono difficoltose. Tutta la vita gravida intorno all’acqua. Qualunque attività è, ormai, svolta nei brevi minuti in cui viene distribuita intorno alle 8:00 e alle 17:00.

Martedì, 27 gennaio, sesto giorno. La situazione è disperata, l’acqua è quasi finita e della ricognizione italiana nemmeno l’ombra. Si tenta l’ultima carta, accendere i motori con le ultime gocce di carburante rimasto e lanciare segnali di posizionamento nell’etere, sperando che qualcuno li intercetti. I motori rombano, le eliche girano ma per spiccare un volo diverso. Alle 17:00 Blaich distribuisce l’ultimo bicchiere d’acqua, con mano tremante svolge per l’ultima volta questo paterno compito verso i suoi figliuoli. Con la fine dell’acqua, la sua autorità su quegli uomini cessa, lasciando il posto a quella molto più stringente e severadella natura. Qualcuno si accascia con la testa tra le mani, chi ancora ne ha, fuma, il capitano passeggia tranquillamente tra gli uomini come se fosse sotto lo porta di Brandburgo: assente, il maggiore italiano al limite del campo scruta l’orizzonte che va, come il suo umore, tendendo al nero. Non una parola, forse qualche lacrima da nascondere, la speranza che evapora come ogni cosa nel deserto. I contorni della tragedia ci sono tutti ma proprio quando l’ultimo barlume di fiducia abbandonò il più pio degli uomini ecco che un ronzio lontano e debole squarciò il silenzio assordante del nulla.

Caproni Ca.309 Ghibli

Il pilota Bohnsack lo avvertì per primo, l’emozione gli blocca la lingua, non riesce a spiegarsi, vola con le gambe verso l’aereo per prendere i bengala e segnalare la loro posizione prima che l’aereo, chiunque esso sia, si allontani. Gli altri, riscossosi e comprese le intenzioni del camerata lo emularono velocemente. Con i petti ansanti aspettano di sentire il debole ronzio, divenire rombo, pazientemente, le orecchie tese e gli occhi di nuovo vigili attendono ancora. All’improvviso, un cambio di vento fa giungere distintamente il rumore di motore d’aereo. Urla, gioia, incredulità, il profilo di un Ghibli Italiano si staglia sulla pista. Ne scende il Tenente Duarte, che carico di borracce colme d’acqua, spegne finalmente la sete di un equipaggio indomito. E’ una festa incredibile, gli uomini bevono a lunghe sorsate dalle borracce, l’acqua lenisce il dolore delle scottature del sole, si mette a bollire in una pentola per preparare la pasta, si spreca, finalmente, dopo tanto risparmio.

Sono salvi, ora bisogna aspettare solo che arrivi la benzina per far rialzare il bombardiere. La mattina del giorno dopo, riecco Duarte con il carburante, il nono dalla partenza da Campo 1 e l’ultimo di un avventura da manuale. Con un ultima virata beffarda, apparecchio ed equipaggio posizionano il muso verso casa, di nuovo, verso la vita.

  di Andrea Scaraglino

 

Pubblichiamo questo articolo scritto per l’Intellettualedissidente per gentile concessione dell’autore

Andrea Scaraglino
andrea.scaraglino@gmail.com
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