D-Day al suono delle cornamuse: arrivano i commandos di Lovat

Alle prime ore dell’alba di un incerto giorno d’inizio giugno, un maglione a collo alto di spessa lana d’aviatore è ben piegato nella cuccetta di una delle migliaia e migliaia di navi da guerra che al largo della Manica attendono l’ora X di quello che passerà alla storia come ‘giorno più lungo’. Nel bagno attiguo a una cabina spoglia, un uomo al termine della toletta delle grandi occasioni si spazzola indietro i capelli lisci, chiude la porta e infila quel maglione ricamato, bianco e vistoso, in segno di sfida a tutto l’esercito tedesco. Lord Lovat – “l’ uomo più educato che abbia mai tagliato una gola” secondo il primo ministro britannico Winston Churchill – è pronto a sbarcare in Normandia con i suoi commandos.

Nato nel 1911 nel castello di Beaufort nell’Inverness-shire, discendente di una delle più antiche e ricche famiglie di Scozia, ha trascorso l’infanzia tra la pesca e la caccia alle lepri e adolescenza e maturità tra i ricevimenti aristocratici dove indossare fiero il kilt dei suoi colori: emblema perfetto per incitare i sospiri delle dame del nord ad ogni suo passo. Ai tempi di Oxford, Simon Fraser, quindicesimo Lord Lovat e Barone del, si voltava al nome di ‘Shimi’ , soprannome tratto dal gaelico, donatogli dagli amici più cari. Magro e slanciato, dai tratti delicati, ha un bel paio di baffi chiari, appena accennati, e capelli del colore che alcuni amano richiamare alla sfumatura bionda della cenere. Ha 32 anni, non è un militare di carriera, no; è stato richiamato; ma da uomo virtuoso dalla spiccata sensibilità, si è saputo rendere ottimo soldato guadagnandosi un due anni di guerra il grado di colonnello.

Con il No.3 e il No. 4 Commando di sabotatori, specialità voluta proprio da Churchill in persona per dare ‘Fuoco all’Europa occupata’, si è bagnato i piedi sulle coste di Hardelot, a Dieppe – dove minando la casamatta di un pezzo da 150mm ottiene l’unico successo di quel sanguinoso raid – e alle Lofoten: dove affondate 12 navi e distrutte 18 fabbriche di olio di pesce (fondamentale per esplosivo) troverà il tempo di inviare personalmente un telegramma d’insulti a Hitler.
All’alba del 6 giugno del 1944 come allora, sulla sua testa pende una taglia di 100.000 marchi per promozione della GESTAPO; ma la sua unica preoccupazione è quella di dar filo da torcere ai tedeschi e di liberare la Francia.
Alle 8.40 balza giù dal mezzo da sbarco tinto di celeste pallido che tocca la riva dinanzi a Ouistreham, settore ‘Queen red’ della spiaggia di Sword. L’acqua è grigia, la sabbia pensate; ovunque sulla costa si alzano tetre colonne di fumo nero. Shimi si volta tranquillo e ordina al suo cornamusiere personale – un giovanotto di 21 anni di nome Bill Millin – di fischiare nel bordone basso del suo arnese ”Highland Laddie”: che lo sentano bene che in Normandia sono arrivati gli scozzesi. I colpi dei tedeschi sibilano alti sulle teste dei 2.500 commandos della 1st Special Service Brigade. Alcuni alzano schizzi d’acqua accanto ai giovani figli d’Albione, altri li centrano in pieno, lasciandoli supini sulla sabbia fino a sera, fino a quando le batterie e i nidi di mitragliatrici non saranno messi a tacere per sempre. Lovat imbraccia un fucile da caccia Winchester e tocca la spiaggia senza guardarsi indietro. Al suono delle cornamuse deve percorrere 10 chilometri a piedi, nell’entroterra, e raggiungere un fiume che non ha mai visto: l’Orne. Lì c’è un ponte che hanno ribattezzato ‘Pegasus’ e lui deve raggiungerlo prima che sia troppo tardi, prima che i tedeschi sbaraglino i parà della 6° Airborne scesi nella notte con gli alianti per levarglielo di mano.

 

Sono ore di marcia estenuati, tra il caldo, il peso dell’equipaggiamento, il fuoco dei Panzer tedeschi dai quali possono solo fuggire. S’imbattono in gruppi di unni, dando luogo a combattimenti sporadici, e se ne lasciano alle spalle altri, che risulterebbero solo un intralcio dalla loro meta. Alle 13:00 sono a vista del ponte. Millin suona ancora per tirare su il morale – Road to the Isles – e i ‘Diavoli rossi’ tra l’eco dei cannoni alzano la testa. In testa a una colonna un maglione bianco marcia sotto un basco verde. Sono i commandos di Lovat. Ce l’hanno fatta. Simon Fraser, quarto barone di Lovat, è arrivato sul suono delle cornamuse a salvare i ponti sul fiume Orne, e con essi l’intera Francia. L’Europa forse. Mentre i suoi commandos prendono posizione, e gli ultimi tedeschi si ritirano, un vecchio francese, monsieur Georges Gondrée, il proprietario di caffè dall’altro capo del ponte, dissotterra le casse di champagne d’annata che aveva nascosto ai tedeschi, e mentre intona la ‘Marsigliese’ tra le lacrime di commozione, versa calici da offrire ai liberatori marcianti. Lovat ne tracanna una coppa. Ringrazia con un sorriso, e prosegue nella sua avanzata tra il fuoco incrociato delle mitragliatrici; avvolto nel suo maglione bianco candido, con il suo fucile da caccia in spalla e il sua antica danza di cornamuse. In fondo quale orario migliore per lo champagne, se non la colazione.

Simon Fraser è morto all’età di 83 anni, con tre figli e una ferita nel deretano guadagnata a Breville, appena una settimana dopo lo sbarco in Normandia. Dopo la guerra sedette spesso alla Camera dei Lord, ma abbandonò la carriera politica dopo la sconfitta di Churchill a favore dei laburisti. Oggi a Ouistreham una statua di bronzo troneggia in suo onore.

di Davide Bartoccini

 

 

 

Davide Bartoccini
dav.bartoccini@gmail.com
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