L’epilogo dell’ARA San Juan: un sottomarino perso in tempo di pace

In questa settimana ho speso molte ore a seguire la vicenda del sottomarino dell’Armada Argentina  ARA San Juan e con alcuni colleghi su il Giornale abbiamo fatto il possibile per raccontare una vicenda ancora obnubilata dal mistero di un sottomarino scomparso in tempo di pace. Il mare ha reclamato 44 marinai tra i quali spiccava il comandante dell’unità, la prima ufficiale donna dell’Armada a capo di un sommergile Eliana Mara Krawczyk. Ripercorrendo le notizie questo sunto vuole dare una visione più chiara possibile dell’accaduto.

Il sottomarino San Juan

L’ARA San Juan era un sottomarino classe TR-1700 – anche detta ‘Santa Cruz’ per via del primo sottomarino di questa classe impiegato dalla forza di marina argentina – di produzione tedesca adibito al pattugliamento costiero. Era lungo 66 metri, a propulsione diesel-elettrica, provvisto di 6 tubi lancia siluri da 533 mm. Entrato in servizio nel 1984 era stato varato nel 1983 dai cantieri tedeschi di Emden per la Nordseewerke. Con un autonomia di 30 giorni di immersione, scorte di ossigeno capaci di sopportare un’immersione prolungata che non prevedesse l’impiego del sistema snorkeling e una velocità approssimativa di 25 nodi (46/50 chilometri orari) il San Juan era uno dei più vecchi sottomarini in servizio al mondo. Per ovviare a questa longeva attività il sottomarino era stato adeguato nel 2008 presso i cantieri argentini CINAR che ne garantirono attraverso il suo ammodernamento un’operatività di almeno altri 30 anni.

La scomparsa

Il San Juan è salpato il 13 novembre dalla base navale di Hushuaia, estremo sud della Terra dei Fuochi, tracciando la sua rotta nell’Atlantico meridionale verso la base navale di Mar Del Plata, nella provincia di Buenos Aires. Superato l’arcipelago delle Isole Falklands, ha segnalato alla base di Mar Del Plata ‘dei problemi alle batterie’ – 4 quadri alloggiati nella parte inferiore centrale del sottomarino – comunicando la sua ultima posizione a 432 chilometri al largo delle acque del Golfo San Jorge: praticamente a metà del sua viaggio. Il sottomarino ha avvertito che risolto il problema avrebbe proseguito sulla sua rotta prima di perdere il contatto intorno alle 11.00 del mattino dando inizio alla ricerche.

 

L’area di ricerca

Il quadrante delle ricerche ha un’ampiezza di 482.507 km2 di Atlantico meridionale e l’area di due ‘trapezi’ sovrapposti. La distanza dalla costa alla quale si trovata il sottomarino era calcolata in 301 chilometri – ciò prevede un fondale oceanico con una profondità di 300 metri – profondità sopportabile dal San Juan nel caso si fosse adagiato sul fondo ad attendere i soccorsi. L’area è battuto senza sosta dalla spedizione di ricerca congiunta che oltre le unità della Marina argentina vede coinvolti USA, Regno Unito, Brasile e Cile e Russia.

 

Le tracce seguite

La prima traccia seguita dalle ricerche si basò sulle sette chiamate satellitari arrivate a basi diverse tra le 10:52 e le 15:42 di sabato 17 novembre. Le sette chiamate, secondo la Marina argentina, hanno avuta una durata che oscillava dai 4 ai 36 secondi ma in seguito sono state dichiarate ufficialmente non appartenenti all’unità scomparsa. La seconda traccia ad essere seguita è stato un rilevamento della corvetta ARA Drummond che individua una “macchia di calore” che si credeva corrispondesse a un “oggetto metallico” stabile 70 metri di profondità, a circa 300 km dalla costa della Patagonia. Il 20 novembre la Marina argentina comunica di aver captato rumori dal fondo che potrebbero provenire dai marinai del sottomarino scomparso che ‘battono oggetti sulle paratie per comunicare la loro posizione’ dopo un guasto che avrebbe coinvolto le batterie. I rilevamenti radar abbandona a traccia. Il 21 novembre un’unità dell’US Navy individua un ‘bagliore bianco’ nelle profondità delle zone di ricerca: al via le analisi, anche se le luci di segnalazione del San Juan, come ha comunica ufficialmente l’Armada Argentina, sono rosse/verdi.

Il 24 novembre, a ormai 10 giorni dalla scomparsa del sottomarino e con le scorte di ossigeno comunque terminate del caso di un adattamento sul fondo, la Marina Argentina rivela che il 15 novembre, appena 30 minuti dopo l’ultima comunicazione del San Juan, viene registrata un’anomalia idroacustica 48 chilometri a nord lungo la sua rotta che può essere identificata solo come un’esplosione avvenuta a bordo. Il segnale viene captato dalla stazione militare francese – base (HA04), parte di un sistema di monitoraggio delle esplosione sottomarine – sulla piccola isola disabitata dell’oceano Atlantico: Île de la Possession. L’isola è dell’arcipelago delle Crozet fa parte delle Terre australi ed antartiche francesi ed è dunque territorio d’oltremare della Francia. Viene immediatamente comunicato all’ambasciatore argentino a Vienna ma non è considerata come principale dato sul quale concentrare le ricerche.

I mezzi a disposizione della spedizione di soccorso internazionale

Una forza di 4.000 uomini è impegnata notte e giorno nelle ricerche dell’ARA San Juan, divisa tra 20 unità navali altrettante unità aeree. L’Armada Argentina ha schierato 15 unità navali, compreso il cacciatorpediniere ARA Argentina, 6 corvette, le navi per la ricerca oceanografica ARA Austral, ARA Puerto Deseado e l’unità che funge piattaforma logistica ARA Patagonia. La Fuerza Area Argentina ha mobilitato per le ricerche 3 ‘unità aeree’ composte da C-130 Herculer, Turbo Tracker ed elicotteri Eurocopter ‘Fennec’. Gli Stati Uniti, la prima nazione a prestare supporto a Buenos Aires hanno schierato  la piattaforma navale dell’Undersea Rescue Command (URC), una coppia di pattugliatori marittimi P-8 A Poseidon e una coppia di P-3 Orion provvisti di sensori MAD – Magnetic Anomaly Detection . Il Regno Unito ha schierato le unità navali HMS Protector e HMS Clyde oltre l’unità aviotrasportata SPAG – Submarine Parachute Assistance Group – che ha messo a disposizione un altro C-130 Hercules. Il Brasile ha inviato l’unità navale per la ricerca oceanografica Alte.Maxmiano, la fregata Rademaker e un pattugliatore aereo CASA 295; il Cile l’unità navale AGS Capo de Hornos. Stanno inoltre intervenendo nella ricerca sempre più disperata un pattugliatore aereo  P-3 messo a disposizione della Germania, un Falcon 50 della Francia , un C235 della Colombia, un Fokker 60 del Perù e un B200 dell’Uruguay.  Anche la Russia – rodata dall’esperienza Kursk –  ha offerto la sua partecipazioni alle operazioni di ricerca e soccorso, proponendo l’invio di una nave oceanografica con strumentazioni all’avanguardia e inviando in Argentina un aereo da trasporto Antonov AN-124  che trasporta un sottomarino radiocomandato per le ricerche in profondità.

 

 

Le ipotesi

Inizialmente la Marina argentina imputò un guasto elettrico provocato da un’infiltrazione d’acqua avvenuta durante l’ultima emersione che avrebbe messo in difficoltà il sottomarino scomparso ARA San Juan – L’acqua sarebbe entrata attraverso lo ‘snorkel’ – dispositivo presente nella torre di comando collegato con l’apparato di alimentazione, utilizzato in fase di emersione per l’areazione dei locali e il ricarico delle batterie – provocando un cortocircuito che secondo le fonti avrebbe poi reso inservibili parte delle strumentazioni – comprese le boe da lanciare in caso d’emergenza e gli apparati radio che permettono le comunicazioni in immersione. La tesi viene smentita ricalcando sulla consapevolezza che le contromisure d’emergenza sono autonome. La seconda ipotesi prevede un’esplosione a bordo che potrebbe aver coinvolto l’alloggio siluri – forse a causa di un incendio propagatosi propio in seguito ad un cortocircuito. Tale tesi spiegherebbe la totale scomparsa senza alcun S.O.S del San Juan ma la totale assenza di detriti suppone un esplosione ridotta che abbia affondato ma non ‘sventrato’ i sottomarino.

Le conclusioni

A causa di un tragico incidente l’equipaggio di 44 anime dell’ARA San Juan va considerato perduto insieme alla sua unità. Nessun superstite è stato trovato. Le cause della morte possono essere additate all’asfissia, alla morte per annegamento o per assideramento. Nei prossimi giorni le ricerche del relitto potranno illuminare le famiglie che oggi chiedono giustizia per aver perso uomini e donne in tempo di pace su quale è stato il destino del sottomarino classe ‘Santa Cruz’ Ara San Juan; un sottomarino troppo vecchio e troppo inutile per dover prendere il mare al largo di un paese che non esercita deterrenze e in mancanza di fondi adeguati non dovrebbe avere una flotta di sottomarini, forse. Gli attuali vertici dell’Armada Argentina potrebbero essere rimossi per negligenza e occultamento di dati sensibili.

di Davide Bartoccini

Un ringraziamento ai colleghi Franco Iacch e Lorenzo Vita che con le loro ricerche hanno aiutato la mia breve bibliografia per percorrere la vicenda

 

 

 

Davide Bartoccini
dav.bartoccini@gmail.com
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