The ‘Christmas Truce’: un miracolo di Natale nella prima guerra mondiale

È una mattina limpida quella del 25 dicembre del 1914. Nella ‘terra di nessuno’, che divide le trincee nella piana nei pressi di Ypres, lungo la linea delle Fiandre, un pallone di cuoio impenna nel cielo terso e atterra sulla neve dolce tra due schieramenti: si gioca a calcio, a Fußball, a Soccer; soldati inglesi, tedeschi, francesi e begli, insieme, hanno posato i fucili per darsi una tregua in quello che è passato alla storia come un miracolo di natale: la ‘Christmas Truce’.

Nella notte precedente, la vigilia di Natale, non si hanno testimonianze precise di chi abbia cominciato; di chi abbia intonato per primo un canto sacro e abbia ricevuto una risposta d’augurio, un complimento, dall’altro capo di quella della terra martoriata da buche da cannone, filo spinato divelto e morte abbandonata a se stessa. Un fuciliere del British Expeditionary Force (BEF) riportò “Furono per primi i tedeschi a cantare uno dei loro canti e dopo noi cantammo uno dei nostri, fino a quando abbiamo iniziato ‘Venite fedeli’ (O Come, All Ye Faithful n.d.r.) i tedeschi si unirono immediatamente, cantando lo stesso inno in latino – Adeste Fideles. Allora pensai, beh, questa è davvero una cosa straordinaria – due nazioni che cantano lo stesso canto nel mezzo di una guerra”. Era il preludio di una tregue che sarebbe divenuta leggendaria.

Non si conoscono i nomi, non si conosce il punto preciso della linea di trinceramenti dove la prima bandiera bianca è stata issata su una baionetta, o dove la prima mano è stata stretta in segno di pace: ma quegli uomini avversi decisero spontaneamente di rispettare la tregua che Papa Benedetto XV – appena insediatosi in quel settembre – aveva invocato e che ufficialmente era stata negata. Sfidando i tiri dei cecchini che avrebbero potuto centrarli facilmente, uomini con indosso uniformi differenti si levarono in piedi dai rifugi ricavati nel fango e s’incamminarono verso il nemico, disarmati. Nel mezzo alla terra di nessuno di Ypres, gli eserciti che nei giorni passati si erano misurati nella battaglia, ora si scambiavano strette di mano, auguri e piccoli doni. Così, secondo le testimonianze scritte nelle lettere, nei diari o tramandate a voce dai reduci – e secondo le teorie degli storici (tuttora discordanti) – quasi centomila uomini decisero di rispettare un cessate il fuoco per festeggiare il Natale nel primo anno della più cruenta guerra che il mondo avesse mai visto.

Posati gli elmi chiodati ‘Pickelhaube’ e le ‘bombette da battaglia’ Brodie, tolti i Kepì francesi, terminato il crepitare delle mitragliatrici d’ogni fazione; i kilt scozzesi incontrarono gli Sturmtruppen del Kaiser Guglielmo. “Frohe Weihnachten” e “Happy Christmas”; suono di cornamuse e champagne francese; Schapps e cioccolato. Era forse un miracolo? Gli avversari che si erano uniti nei canti quella notte, il giorno dopo si ritrovarono per celebrare messa e scambiarsi pensieri e sigarette; per giocare a pallone e seppellire insieme i loro morti; per mostrare fieri le fotografie delle famiglie che li attendevano a casa.

Molti non avrebbero mai fatto ritorno. Sarebbero caduti proprio a Ypres nei giorni seguenti, o durante la feroce controffensiva. Molti sarebbero caduti sulla Somme – 600.000 inglesi e 450.000 tedeschi in pochi mesi – altri a Verdun. Per chi tornò dalla guerra, tra i ricordi delle orribili notti insonni illuminate dalle deflagrazioni dei potenti obici, o le cariche alla baionetta tra il fischiare dei proiettili delle mitragliatrici; tra i ricordi laceranti dell’accudire i compagni resi ciechi del gas, o resi invalidi a causa delle mutilazioni causate dalla cancrena; quella notte straordinaria rimase ricordo indelebile in tutta la sua immensa forza pacificatrice. I simboli spingono da sempre gli uomini a confrontarsi nei più feroci e sanguinosi scontri – ma anche ad unirsi per le più nobili azioni; eppure i simboli senza chi da loro un significato non avrebbero senso alcuno. È in questo passo che si cela il nostro grande potere umano. Che il Natale rimanga allora un simbolo, e la tregua del 1914 un monito dell’impossibile, di cui tutti noi saremmo capaci.

di Davide Bartoccini

Davide Bartoccini
dav.bartoccini@gmail.com
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