Orde Wingate: il sionista che inventò la guerriglia

Tra la folta, ispida, barba scura, e il capace casco coloniale color ocra, un mefitico alito di cipolla esala dalle labbra ben tornite di un ufficiale inglese che passeggia, madido di sudore, nella profonda giungla birmana. Le sue scarpe da deserto sono logore; la sua uniforme verde oliva per i «climi tropicali» è comunque troppo calda – bucata e sudicia. Orde Wingate, cresciuto a Oxford sotto l’aurea magnifica di un certo T. E. Lawrence – che gli era vicino di casa – e noto nei kibbutz di Gerusalemme come ‘l’amico’, ha portato 3.000 uomini dietro le linee giapponesi per scoraggiare i piani dell’Impero del Sole levante che minaccia ulteriori espansioni nei territori d’oltremare di sua maestà britannica. Si ferma un istante. Scruta guardingo la vegetazione inespugnabile in cui affoga da settimane. Silenzio inquieto. Morde di gusto una cipolla che teneva in tasca – il suo spuntino preferito – e affonda di nuovo il passo nel fango umido; svegliando insetti sconosciuti e bisce velenose che mai avevano visto, prima di allora, degli occhi così chiari.

In marcia verso la prossima stazione radio da far saltare, mastica con voracità la cipolla tiepida e cruda come il suo sapore. Poi beve uno sputo d’acqua dalla borraccia che gli penzola sul fianco, scavato dalla marcia e dalla dissenteria. Ora sorride al mare di epifite che riposano sulle radici secolari, ora rimugina in quella sua mente tarlata sul disprezzo che lo stato maggiore prova per le sue ‘tattiche visionare’ e per quello che lui prova per loro: uomini senza fede, ricolmi di galloni sulla giubba, privi di una visione lungimirante e geniale dell’insieme che appartiene a lui come appartenne a Lawrence. Wingate è stato portato al rango di tenete colonnello; adesso è al comando di sei brigate di ‘Chindits’ – unità da lui creata sotto l’effige del leone alato Chinthe che protegge i tempi devoti al Buddha: per combattere i giapponesi atterrando alle loro spalle su leggiadri silenziosi alianti, e compiere operazioni di sabotaggio su media e vasta scala. La guerriglia l’ha imparata a fare in Terra santa, insegnandola a uomini come Moshe Dayan durante le rivolta araba del 1936 – quando gli inglesi appoggiavano gli ebrei nel sedare la scomoda ribellione sorta nella Palestina mandataria: se non altro per salvaguardare gli interessi inglesi in Medio Oriente. Lì rafforzò la sua fede fanatica, la sua devozione del dio dei giudei, e il sogno di fondare uno stato ebraico. Al comando di quasi 200 ebrei delle Squadre Speciali Notturne (SNS), con il favore delle tenebre e la testa cinta di arabeschi copricapi, si imboscava tra le dune della Galilea e faceva strage di arabi ribelli; lì conduceva missioni di ‘contro-terrorismo’ per salvare gli oleodotti che dissetavano le raffinerie ad Haifa, e pregava. Sempre. In quegli anni, nei kibbutz come sulle labbra di David Ben Gurion, era noto con il nomignolo de ‘L’amico’ perché da forestiero insegnò agli israeliani a fare la guerra. E insegnò loro bene.

Quando il secondo conflitto mondiale scoppiò e l’Asse Berlino-Roma-Tokyo impose il suo stivale sul terreno, Wingate, che era già divenuto capitano del Secret Intelligence Service (il servizio informazioni britannico poi più noto come MI6) inviò un dossier sulle ‘operazioni non convenzionali’ al teorico militare Basil Liddell Hart. Il documento ottenne il successo sperato e lui venne mandato in Etiopia da sir Archibal Wavell per fare ciò che sapeva fare meglio: fomentare, strutturare e condurre l’insurrezione etiope appoggiata dal Negus Haile Selassie contro le forze di occupazione italiane che ora facevano parte dell’Asse. Era la sua occasione per eguagliare il Thomas Edward che aveva avuto l’onore di incontrare ad Oxford e che aveva ispirato la sua stessa esistenza: sarebbe divenuto il Lawrence d’Etiopia. Leggeva Erodoto, Jane Austen e i passi della Bibbia che conosceva a memoria, nudo nella sua tenda, con i piedi affondati della sabbia fredda e il sonno distante di notte; viveva come un bedù di giorno. A cavalcioni sul suo cammello, sferzava colpi decisi con il frustino per essere sempre il primo della colonna formata dai 1.700 uomini del Gideon Force; etiopi, sudanesi e britannici che nel nome del eroe biblico Gedeone combattevano le camicie nere dell’A.O.I attraversando il deserto.

Proprio come Gedeone agì con gli usurpatori Madianiti che soverchiavano in numero i 300 guerrieri israeliti concessigli da Dio, e al suono dei corni finirono per uccidersi l’un altro nella confusione della notte che li spinse a credere d’essere accerchiati da potenti armate – Wingate per prendere Addis Abeba persuase il generale Maraventano, al comando di uno demotivato e numeroso contingente italiano, ad arrendersi a forze di numero penosamente inferiore. Quella notte il Lawrence d’Etiopia ordinò ai suoi di portare i cannoneggiamenti a ogni lato della città, fino all’alba, spostando a forza d’uomo i pochi cannoni che possedeva – nemmeno uno dei 25.000 cammelli con cui era partito era giunto vivo alla vista della città. L’astuta messa in scena di Wingate convinse gli italiani d’essere completamente ‘accerchiati’, dunque di capitolare per evitare ‘la peggio’; e il 5 maggio del 1941, Orde Wingate fece la sua entrata trionfale in città in groppa ad un cavallo bianco – come un impolverato Napoleone – fianco a fianco con il Negus. Adesso il suo petto esibiva la Distinguished Service Order e lo Stato Maggiore era costretto ancora una volta a parlare di lui, anche se non privo de critiche dei suoi superiori. Fatto sta che aveva colpito profondamente il primo ministro Winston Churchill – che diventava uno dei suoi fermi sostenitori – e aveva ripagato della fiducia concessagli il generale Wavell; ma la gloria, per gli uomini come Orde era scivolosa momentanea; la sua ambizione era una e sola: tornare in Israele e creare uno stato da proteggere sotto il suo comando.

Il suo principale estimatore, Sir Winston Churchill – che aveva fatto il diavolo a quattro per creare con il SOE e le unità ‘Commando’ con il solo compito di mettere a ‘ferro e fuoco’ l’Europa occupata attraverso l’arte del ‘sabotaggio’ – riteneva che Orde fosse “un uomo di genio che poteva tramutarsi in un uomo di destino”, e riponeva in quell’ometto solitario e colmo di stramberie, sporco da indispettire i suoi attendenti, dalle parole schiette e taglienti come i rasoi nell’esprimere i suoi giudizi, una fiducia smisurata. Le sue strategie ‘non convenzionali’ dovevano essere sfruttate per ribaltare le sorti nel conflitto in estremo Oriente: dove i soldati dell’Imperatore avevano avuto la meglio nelle Filippine, in Malesia. Singapore è caduta. Rangoon è caduta. Ovunque nel Pacifico le insegne con il ‘sole nascente’ danno filo da torcere agli yankees e perpetrano un espansione indiscriminata.

Orde invece, rilevato dal comando in Africa a dispetto di ufficiali più inclini alla condotta e alle strategie ‘convenzionali’, era caduto in una nelle sue inguaribili malinconie, avvolte in stati di apatia e solitudine. Quando non otteneva i suoi scopi, si trattasse di obiettivi fondamentali o cose di poco conto, cadeva in stati di depressione che lo portavano nei casi più gravi a contemplare addirittura il suicidio. Il 4 luglio del 1941 venne trovato sdraiato a terra, nella sua camera al Continental Hotel del Cairo. Il sangue che fuoriusciva copioso dalla gola, incisa tra le lacrime con un rasoio da barba, inzuppava il tappeto chiazzando le fantasie di Persia. Il ritardo di un suo amico con cui si era dato appuntamento per la colazione, e il timore che lo avessi dimenticato, lo aveva fatto cadere in uno stato di abbandono che lo aveva portato a credere non vi fosse altra soluzione che la morte. Grazie a dio quel ritardo non contò un minuto di più: l’amico spalancò la porta prima che Orde riuscisse a incidersi la carotide, salandogli la vita e portandolo all’ospedale. Tornato in Inghilterra, passerà del tempo in un sanatorio; ma in Asia sotto il comando dell’ammiraglio Lord Louis Mountbatten qualcosa bolliva in pentola: la corono aveva bisogno di lui ancora una volta.

Missioni di penetrazione a lungo raggio nella giungla per fermare l’avanzata dei giapponesi in Birmania. È questa l’idea. Trasportati da alianti o paracadutati nelle risaie oltre le linee nemiche, tremila uomini scelti tra la Ghurka Brigade nepalese e il celebre King’s Regiment di Liverpool che avanzano in profondità, a dorso d’elefante o appiedati, per sabotare stazioni radio e linee di rifornimento giapponesi.

Su una pista di terra battuta, scura come la polvere di cacao e adornata da cespugli d’erba folti nel colore dello smeraldo, il guerrigliero numero uno di sua Maestà piega per l’ultima volta la mappa che lo guiderà nella giungla e saluta portando il palmo aperto della mano destra alla visiera del suo vecchio casco coloniale. Si sente come il generale Charles “chinese” Gordon; si sente il prossimo eroe britannico d’Asia; mentre imprime l’ultimo passo sulla scaletta di ferro grigioverde bordata di ruggine del Dakota C-47 che lo porterà sopra Burma. Non si volta indietro. Posa il suo fucile Enfield .303 e chiedo il portellone. Salterà da li a poco con i suoi Chindits della 77ª brigata.

Dal febbraio al maggio del ’43, arrancando nella giungla birmana in colonne autonome, tutte fedeli al medesimo piano, i Chindits coprono il territorio in mano nemica che va dal il fiume Chindwin all’Irrawaddy. Fanno saltare linea ferroviaria Mandalay-Myitkyina, minano stazioni radio, effettuano raid notturni contro formazioni nemiche, e ripagano i giapponesi con la stessa moneta che ha fiaccato il morale degli alleati: spesso colpiti alle spalle o caduti nelle imboscate in cui i giapponesi sono maestri. Dove aver colpito all’improvviso, i ‘leoni alati’ di Wingate di dissolvono tra gli alberi come spettri; ma non conseguono nessuno risultato ‘effettivo’, sono solo vaste operazioni di disturbo, e il costo in dite umane è enorme. Due terzi degli uomini non torneranno dalla giungla, sfiniti dalla fame, dalla dissenteria, dalla malaria, dal tifo, e caduti sotto le baionette nemiche. Dei pochi che riusciranno a tornare India, molti verranno esonerati dal servizio militare per danni irrecuperabili maturati, fisici e psichici.

Wingata invece, che ha imparato a vivere privandosi di tutto come gli hanno insegnato gli studi sulle tribù beduine, è pronto per ripartire; con il plauso del suo vecchio amico Archibal Wavell, che è divenuto viceré d’India, quello del primo ministro e quello del presidente americano F.D. Roosvelt. Si congiungerà ai suoi omologhi americani – i ‘Marauders’ (predoni n.d.r.) del generale Merrill – e proseguirà nelle sue scorribande dietro le linee, che, pur non ribaltando da sole le sorti del conflitto, sconvolgono un nemico che comincia ad ad avere fiato corto, e scuotono il morale delle armate britanniche, cui hanno aperto la strada per numerose e vittoriose offensive. Oramai è una leggenda: lo sporcaccione dell’esercito inglese, con la barba alla babilonese – nido tranquillo di voraci pidocchi – l’alito di cipolla, le nudità spesso al vento e la bibbia in mano, e le favole di Jane Austen sussurrate prima di addormentarsi, all’eco dei ruggiti felini che terrorizzando l’intera giungla, tranne lui.

Con la sua barba ben pettinata, il suo immancabile casco coloniale a cui è cosi affezionato, e il suo fucile Enfiled sotto braccio, l’uomo di destino decolla verso la prossima missione nella giungla. Nella bibbia ora ha la foto del figlio che non ha ancora mai conosciuto. Nel cuore tutta la passione che ha reso l’Impero britannico il può vasto al mondo, ma nella mente, il sogno di tornare in Israele, per creare uno stato indipendente del quale sogna essere il condottiero militare. Giura di riuscire nella sua crociata una volta sconfitti i giapponesi. Dagli oblò del B-25 ‘Mitchell’ sul quale viaggia – lo stesso tipo di bombardiere che Dolittle ha spinto fino nei cieli di Tokyo per colpire il nemico al cuore dopo Pearl Harbour – la giungla fugge placida e rigogliosa come la ricorda. Gli sembra di conoscere ogni ruscello e vallata, luoghi dove ha marciato, dove ha riposato, dove ha sperato, dove ha pregato. È il 24 marzo del 1944; la guerra è nella sua fase più cruciale; non è vinta, non è persa, ma ovunque gli alleati ottengono successi militari incredibili. Orde Wingate sta stringendo il suo destino tra le mani, ma uno dei motori cede, l’aereo perde quota e assetto; gli occhi celesti di Orde – di un celeste che nessuna biscia di quella giungla inesplorata aveva mai visto prima – continuano a guardare il verde intenso e sterminato della giungla; fino alla fine. Il bombardiere si schianta dietro le linee nemiche. Orde muore a 41 anni. Nessuno nella storia aveva mai condotto più di 20.000 uomini dietro le linee nemiche; e nessuno lo eguaglierà mai. Quando riceve la notizia, Churchill è distrutto. Orde è morto in uno stupido incidente, come era stato T.E. Lawrence nel 1935. L’Inghilterra perdeva un altro genio militare prima del tempo. E già quella notte, poiché ‘Dio non gioca a dadi’, Lawrence d’Arabia e Lawrence d’Etiopia erano seduti insieme, sulle nuvole che di rado occupano i cieli immensi nelle notte d’Oriente e che entrambi tanto avevo amato; a muovere regine, mangiare cavalli, e costruire una nuova strategia.

di Davide Bartoccini

 

Davide Bartoccini
dav.bartoccini@gmail.com
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