I kamikaze di Hitler: il folle Sonderkommando Elbe

Il Terzo Reich cade a pezzi sotto la pioggia di bombe aeronautiche che l’industria bellica americana sembra non terminare mai. Ogni giorno sulla Germania nazista, formazioni a perdita d’occhio di bombardieri pesanti B-24 e B-17, di Avro Lancaster e Halifax , tormentano fabbriche e installazioni che cercano di mettere a punto – senza speranza – le Wunderwaffen ordinato da Hitler, o solo lo strettissimo e indispensabile numero di caccia che possa difendere lo spazio aereo tedesco.

I caccia a reazione Me 262 promettono di cambiare le sorti del conflitto: è un’illusione, e comunque, c’è bisogno di più tempo, tempo che i tedeschi non hanno. I bombardieri crivellano senza sosta anche le città circostanti, per rappresaglia e vendetta, e le migliaia di morti tra la popolazione civile fa eco in tutta la nazione. La Flak, che con i suoi pezzi da 88 ogni giorno e ogni notte riempie il cielo di esplosioni che strappano via ali e eliche dalle fortezze volanti, non basta più a riequilibrare le forze; i caccia che la Luftwaffe mette in linea, i Bf-109 ‘Gustav’ e i Fw 190 di ultima concezione non sono più sufficienti. Sono pochi e i piloti spesso giovani e inesperti, sono incapaci di riequilibrare le forze. Per questo, su consiglio dell’asso da caccia Hans-Joachim ‘Hajo’ Herrman, nasce SonderkommandoElbe: un corpo speciale di volontari che non affiderà più il successo dell’abbattimento di un bombardiere ai propri proiettili incendiari, ma al sacrificio del pilota stesso, che speronerà il nemico in un’azione kamikaze.

I piloti del commando aereo speciale dell’Elbe hanno un ordine semplice e folle: manovrare contro il bombardiere nemico secondo la tattica appositamente studiata e poi lanciarsi con il paracadute. Se sopravvivono all’impatto, s’intende. Il 7 marzo del 1945 venne divulgata la richiesta di volontari di età comprese tra i 18 e 20 anni per seguire un addestramento speciale che li avrebbe fatti prendere parte a missioni “altamente pericolose”. Appena un mese dopo, le prime formazioni Bf-109 G kamikaze si lanciano contro le formazioni nemiche inviate sulla Germania.

Quella che viene citata come unica missione del Sonderkommando, lanciata il 7 aprile 1945, vede prevede coinvolta una forza complessiva di 180 caccia dei quali 47 vengono abbattuti dai P-51 messi di scorta alle formazioni; 60 tornarono indietro per guasti e problemi tecnici dovuti anche alla totale inesperienza di molti piloti; i rimanenti vengono abbattuti dal fuoco amico e solo 15/22 vanno a segno. Secondo quanto riportato in seguito la missione dell’Elbe riportò questi soli successi accreditati:

Uffz. Heinrich Rosner, (ex-III/JG.102), distrusse due B-24 Liberators del 389th Bomb Group che entrarono a loro volta in collisione tra loro, il primo ad essere colpito fu il “Palace of Dallas”; Obfw. Werner Linder, (ex-EJG.1), distrusse un B-17 morendo in azione; Fhr. Eberhard Prock,  distrusse un B-17 del 452nd Bomb Group, e rimase ucciso dopo essersi lanciato con il paracadute; Fw. Reinhold Hedwig, distrusse un B-17 del 452nd Bomb Group, venne abbattuto da un P-51; Uffz. Werner Zell, distrusse un  B-17 del 100th Bomb Group; Uffz. Werner Zell, distrusse un  B-17 del 452nd Bomb Group, venne anch’esso abbattuto da un caccia di scorta P-51; Ogfr. Horst Siedel distrusse un B-17 del 452nd Bomb Group, rimanendo ucciso durate l’azione; Lt. Hans Nagel, (ex-IV/JG.102) distrusse un B-17 del 490th Bomb Group, rimanendo ucciso durante l’azione; Uffz. Klaus Hahn, distrusse un B-17 del 487th Bomb Group, venne abbattuto da un P-51; Heinrich Henkel, distrusse il B-24 “Sacktime” del 467th Bomb Group sopravvivendo all’azione.

La manovra consisteva apparentemente nel piombare sul bombardiere nemico da altitudine favorevole, o di scendere per poi colpire di sbieco da pari altitudine, puntando principalmente sulla metà posteriore del velivolo, con l’obiettivo di tranciare l’intera coda o renderne inservibili i piani, facendo perdere il controllo al velivolo e lasciandolo precipitare. Queste manovre puntavano entrambe sugli angoli di tiro ‘morti’ dei mitraglieri, ma non potevano tenere conto del fuoco incrociato dell’intera formazione. I risultati disastrosi e scoraggianti dell’unica missione dell’Elbe cancellarono ulteriori tentativi di fermare le formazioni di bombardieri con l’inutile sacrificio di giovani ed inesperti piloti che, più delle dosi di coraggio o della dedizione nella risposa alla  chiamata disperata di una patria in ginocchio, si lasciarono guidare nel sacrificio dall’ingenuità affogata del Pervitin.

di Davide Bartoccini

Davide Bartoccini
dav.bartoccini@gmail.com
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