L’Offensiva del Tet: cinquanta anni fa cambiava il volto della guerra in Vietnam

Esattamente cinquanta anni fa, intorno alle tre del mattino del 31 gennaio 1968, le sorti della Guerra del Vietnam e l’idea che il mondo se ne era fatto, cambiavano inesorabilmente. L’Offensiva del Tet – una catena di attacchi simultanei lanciata dai Viet Cong oltre il confine del Sud – aveva sorpreso ovunque le forze americane, distanti decine di migliaia di chilometri da casa. Il presidente Lyndon B. Johnson si era appena addormentato, e né al Pentagono né alla CIA nessuno s’immaginava cosa stesse per accadere – qualcuno disse che quel giorno per l’intelligence americana, lo smacco fu degno del disastro di Pearl Harbor.

 L’offensiva, che sarebbe durata fino al 25 febbraio, aveva travolto le truppe agli ordini del Generale Westmoreland (allora 472. 000 uomini) – che già da mesi invocava costantemente un massiccio invio di truppe nonostante le sorti del conflitto si reggessero su un equilibrio che quella notte però si palesò labile. Quelli che venivano considerati ‘contadini’ armati di Ak-47 dispensati dai comunisti, adesso tenevano in scacco i Marines nel giardino dell’ambasciata USA di Saigon; erano arrivati in tutte le principali città del Sud. Ovunque le strade delle periferie pullulavano  di ‘Charlie’ – celebre soprannome dei Viet Cong derivato dalle lettere del fonetico NATO Victor- Charlie. Tutto venne ripreso e riportato dai telegiornali.
Le immagini di quella ‘bruciante sconfitta’, che tuttora negli USA si fa fatica a ricordare, e quelle della sofferenza della popolazione vietnamita, che già durante i notiziari della sera si diffondevano dai piccoli televisori dei salotti occidentali, cambiavano per sempre il punto di vista dell’opinione pubblica: pentravano come un proiettile ipodermico sparato dal comunismo. Quel proiettile aveva la stessa ‘forza’, espressiva e sconvolgente, del proiettile che sarebbe stato immortalato dal fotografo Eddie Adams; quello che il 1° febbraio 1968 veniva sparato alla tempia di un uomo con le mani legate, Nguyễn Văn Lém: giustiziato in strada dal generale sudvietnamita Nguyễn Ngọc Loan perchè sospettato di essere un Viet Cong, un Charlie.

Il messaggio che arrivava agli occhi e alla mente dell’americano medio era indubbio: le cose in Vietnam stavano andando male. L’esercito più potente del mondo, che aveva sconfitto Hitler a Berlino partendo dalla Normandia, che aveva fermato i comunisti nordcoreani sul linea del 38mo parallelo, che avrebbe sconfitto il comunismo e ‘custodito’ la pace nel mondo, adesso si stava lasciando tenere in scacco da un pugno di contadini armati di Kalashnikov. Fu l’inizio della fase più sporca della guerra: dei bombardamenti indiscriminati con il Napalm, che tutti ricordano nella celebre battuta di Robert Duvall; dell’estensione ‘ufficiale’ del conflitto alla Cambogia e al Laos (dove la CIA operava già dagli anni ’50, lungo il cosiddetto sentiero di Ho Chi Minh); dei massacri nei villaggi dei contadini. Quella del Tet in realtà la sconfitta non era ‘una vera e propria  sconfitta o perdita di terreno’; le cose dal punto di vista strategico in Vietnam non andavano così male. Nell’arco di un mese, gli americani avevano ucciso oltre 38.000 vietcong a fronte della perdita di meno di 4.000 effettivi. Riconquistato ovunque terreno. I Marines riprendevano il controllo di città come Hue, e ovunque gli elicotteri da combattimento Cobra e i cacciabombardieri  Phantom ricacciavano indietro i Charlie sotto una pioggia di fuoco. Il generale Westmoreland si sarebbe affrettato ad etichettare quella controffensiva istantanea e vittoriosa ad un successo paragonabile alle Ardenne del 1944 ( la risposta all’ultima controffensiva nazista lanciata in Belgio): ma per l’opinione pubblica non era così. Nessuno vedeva l’ombra del successo. In vero le cose in Vietnam andarono sempre peggio: le bare che tornavano indietro e le bandiere a stelle e strisce ripiegate solennemente e consegnate a mogli e madri erano sempre di più. A Washington decine di migliaia di giovani manifestavano davanti al Mall per il ritiro delle truppe da una guerra che quella generazione di americani liberi non voleva. E i dossier top-secret che affollavano la scrivania del segretario della Difesa Rober McNamara, riportavano notizie sempre peggiori su quella che si annunciava essere una sconfitta certa perpetrata con metodi sempre più inaccettabili.

Nemmeno a pubblicazione di quei dossier, soprannominati Pentagon Papers, avvenuta sul Washington Post nel 1971 riuscì a mettere una parola ‘fine’ al conflitto. Si sarebbero dovuti attendere altri quattro lunghi anni: le ultime scene che avrebbero segnato ancora una volta l’immaginario comune, sarebbero state quelle degli elicotteri Huey gettati in mare dalle portaerei americane per fare spazio ad altri evacuati dopo la caduta di Saigon. La fine di quella guerra, nel 1975. Tutto il resto, trova il suo spazio su 200 metri di muro di granito nero: quello che riporta tutti i nomi caduti, al Vietnam Memorial  di Washington.

di Davide Bartoccini

Davide Bartoccini
dav.bartoccini@gmail.com
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