Un viandante dell’8ª Forza Aerea: storia di un fuggitivo fortunato

Il 14 ottobre del 1943 è una data infausta nella storia americana della seconda guerra mondiale. 
Fu il “Black Thursday”, il giovedì nero della seconda grande incursione di bombardieri della 8° Armata Aerea sulla città di Schweinfurt in Baviera, dove tre grandi fabbriche producevano circa l’80% dei cuscinetti a sfere per l’industria bellica del Reich. Un obiettivo strategico ritenuto fondamentale dai comandi americani, ma anche dai tedeschi che scatenarono tutti i loro caccia disponibili sulle formazioni dell’USAAF. Dei circa 230 bombardieri che raggiunsero l’obiettivo, ben 60 non fecero rientro alla base, e quasi il doppio rientrarono con gravi danni, molti con morti e feriti gravi a bordo. Quel giorno, il Black Thursday, fu anche un giorno che segnò un evento storico: l’inizio dell’avventurosa fuga del primo militare americano che riuscì a scappare dal cuore della Germania per rientrare alla sua base in Inghilterra.

Il protagonista di questa storia, è il sergente maggiore Peter Seniawsky, del 384° Gruppo di bombardamento, partito dalla base  di Grafton Underwood sul B-17F “Big Moose” quella mattina d’ottobre. La sua drammatica avventura comincia nei pressi dell’obiettivo quando Seniawsky, mitragliere laterale alla sua quinta missione, realizza che il suo aereo è ormai ridotto ad un colabrodo a causa dei ripetuti assalti dei caccia tedeschi. Le lunghe fiamme erompono dall’ala. Appena pochi secondi dopo arriva l’ordine del pilota, ten. Kauffman:  – “Bail out. Immediately!” – Peter, lanciatosi da circa 7.000 mt di quota, ebbe la freddezza di ritardare l’apertura del suo paracadute fino a 1.500 mt, in modo da ridurre il pericolo di fluttuare a lungo in un turbine di aerei o di essere avvistato da terra fino al punto di atterraggio. Mentre cadeva, con un ultimo sguardo al cielo vide il suo B-17 allontanarsi in fiamme, e solo altri tre paracadute aperti. A terra, sopravvissuto, avvistò il primo pericolo sotto le vesti di contadini armati di doppietta che cercavano proprio lui.

Si nascose in alcuni cespugli molto fitti, e ci rimase fino al tramonto. Si mosse con il buio, appropinquandosi cautamente in un bosco, udendo voci di soldati che lo cercavano e sparavano a casaccio tra gli alberi. Resistendo alla paura e al freddo, strisciò a terra allontanandosi lentamente dai suoi inseguitori.
 Trovò rifugio in un granaio deserto, ma alla mattina scoprì con sgomento di trovarsi a meno di 200 mt da una batteria di cannoni presidiata da una cinquantina di soldati della Wehrmacht; così rimase bloccato nel nascondiglio per tutto il giorno Dopo altre due notti estenuanti, stanco ed affamato dopo aver finito le razioni di emergenza, capì che doveva rischiare e decise di muoversi anche di giorno seguendo la sua bussola, direzione ovest.

Attraversando un campo in pieno giorno però capì di aver commesso un gravissimo errore. Vide un civile che lo stava osservando e anche se corse subito a nascondersi nel bosco vicino, dopo alcuni minuti quattro uomini attraversarono il campo diretti proprio verso di lui. Il mitragliere allora si rassegnò al suo destino: la resa e la prigionia, ma la sua fortuna non si era ancora esaurita. I quattro uomini infatti erano francesi, lavoratori forzati in una fattoria. A gesti e tramite lo scarso inglese di uno di loro, Seniawsky venne informato che si trovava a circa 65 km ad est della città francese di Metz. Gli dissero che bastava seguire la linea ferroviaria vicina per arrivare al confine e alla città, ma lo avvertirono anche che il percorso era ben pattugliato da molti soldati tedeschi. 
Peter decise comunque di proseguire. Per coprire quel percorso, ci sarebbero voluti ancora diversi gironi, tra nascondigli improvvisati, furti di cibo dove capitava, borracce riempite furtivamente alle fontane dei paesi e nei pozzi più isolati. Poco prima attraversare del confine, un incontro improvviso, quasi inciampando addosso ad una ragazza che aveva incrociato, lo costrinse a rivelare la propria identità: d’altronde la sua tenuta di volo era abbastanza eloquente già da se.

La ragazza era francese, e l’uomo che l’accompagnava, un altro lavoratore forzato di nazionalità serba. 
Si occupò lui di nasconderlo fino a notte, tornando con pane e del cibo, ma anche con l’esortazione di partire immediatamente perché dei soldati tedeschi erano molto vicini. Camminò per tutta la notte e all’alba si nascose in un’altra stalla. Una pattuglia tedesca si avvicinò e due soldati si affacciarono alla porta ispezionando il locale. Seniawsky aveva appena avuto il tempo di gettarsi in una buca e a ricoprirsi con bracciate di paglia. Per fortuna l’ispezione non fu molto scrupolosa e i due soldati si allontanarono, lasciandolo rifiatare, mentre gocce di sudore freddo piombavano sulla paglia che lo aveva salvato.

Ricominciò allora lo stressante gioco di nascondini di viaggio.

Un altro lavoratore forzato polacco, come la famiglia di origine del sergente maggiore Seniawsky, gli offrì il suo aiuto e la sua simpatia, offrendogli ancora una volta cibo e rifugio. L’uomo, con il quale parlava agevolmente in polacco, gli diede indicazioni preziose riguardo dove attraversare la frontiera con la Francia.
 Sarebbero state altre ore di tensione e pericolo, strisciando lentamente al suolo di notte, ma dopo aver superato tre file di reticolato, finalmente era arrivato in Francia.

La Francia di Vichy era sotto il controllo dei tedeschi, ma Seniawsky si rese subito conto che la sua situazione era ben più facile che in Germania. La popolazione fu, secondo la sua descrizione, “meravigliosa”. Fin dal primo villaggio fu accolto, nutrito, e per la prima volta dalla partenza dalla base inglese poté lavarsi e radersi. Ricevette degli abiti da lavoro che gli permisero di disfarsi della sua uniforme e di confondersi tra popolazione locale e i molti lavoratori coatti stranieri. Incontrò nuovamente un polacco e altri civili che organizzarono persino una specie di festa in suo onore in un piccolo ristorante. Quando un poliziotto francese che era entrato a dare un’occhiata e gli domandò i documenti per un controllo, Seniawsky si smarcò fingendosi ubriaco e parlando ad alta voce in polacco…

Il giorno seguente proseguì nella sua fuga, aiutato a tratti da altri francesi, ottenute delle piccole somme di denaro, imparò a acquistare del cibo nei negozi, a entrare in un cinema solo per dormire qualche ora, a passeggiare di fianco a soldati tedeschi fingendo indifferenza. Venne istruito ad evitare i gendarmi e i poliziotti in borghese francesi, temibili collaborazionisti della Gestapo. Fu solo allora che iniziò la sua incredibile e tortuosa fuga ferroviaria, quella che darà titolo alla suo biografia ‘The Train Traveller’. Dalla zona della Lorena prese il suo primo treno verso Digione come normale passeggero di terza classe, di lì nei giorni successivi raggiunse Lione, Marsiglia, Avignone, Séte, Narbonne e infine Perpignan. Tutte le volte fu abbastanza abile  – ma e anche fortunato – ad evitare i controlli dei documenti che erano usuali nelle stazioni ferroviarie.
 Il rischio più grande si presentò quando si accorse che una coppia di soldati tedeschi stavano controllando i documenti proprio sul treno. Dopo essersi spostato in fondo, andò sulla piattaforma posteriore e si appese ad una maniglia fuori dal vagone: per parecchi, lunghissimi minuti, quasi sventolò alla velocità del treno.. fino a quando i tedeschi non si allontanarono. Probabilmente qualcuno notò quell’uomo appeso fuori dal treno, ma nessuno diede allarme.

Arrivò alle porte di Céret, paese pirenaico prossimo all’agognata frontiera spagnola. Esausto ed affamato, entrò in un bistrot isolato e ordinò una zuppa. La tenutaria si dimostrò amichevole e Seniawsky rivelò nuovamente la sua identità. Con suo stupore la signora non si dimostrò affatto sorpresa di avere un aviatore americano nel suo locale, anzi, si sedette al tavolo e lo avvertì di non attraversare l’abitato, perché la Gestapo aveva sempre degli uomini a sorvegliare la via di transito verso la Spagna.
La donna uscì dal locale per controllare che non ci fossero tedeschi nei dintorni e lo accompagnò fuori dal paese, fino ad un sentiero secondario che saliva nei boschi. Seniawsky ringraziò e cominciò a scalare la montagna, ma più in alto il freddo si faceva intenso e la stanchezza sempre più pesante. Quando vide un piccolo capanno di legno si precipitò dentro per riposarsi un po’. Con un altro momento di panico si accorse che il capanno non era deserto; un anziano montanaro lo osservava con curiosità.
Gli disse perché era lì, e di nuovo il francese fu amichevole e divise con lui del vino e delle castagne, la sua cena.
L’americano con il buio ripartì. Trascorse una ultima lunga notte di grande pericolo, spostandosi cautamente tra i boschi, spaventato dal rumore di pattuglie tedesche con i cani lupo.

Finalmente verso l’alba, scendendo a valle verso le luci di un villaggio si imbattè in due soldati, ma questa volta, finalmente, erano della Guardia Civil! Un felice ma stremato Seniawsky venne accompagnato alla prigione locale per un interrogatorio e poi trasferito alla prigione di Figueras. Dopo qualche giorno venne prelevato dal console americano e portato a Girona. Poi ancora un lungo trasferimento, ma molto avvincente, attraverso tutta la Spagna fino a Gibilterra, dove calpestò nuovamente il suolo alleato.

Finalmente il 1° dicembre del 1943, dopo sei settimane dal suo lancio con il paracadute, il sergente maggiore Peter Seniawsky entrava all’improvviso nella sala operativa del 384° Gruppo, sfoggiando un sorriso che gli attraversava la faccia da un orecchio all’altro, alla fila di facce impallidite e di bocche aperte dallo stupore dei suoi commilitoni, che credevano di trovarsi di fronte un fantasma.. solo dopo gli raccontò la sue peripezie da viandante temerario, per non arrendersi alla prigionia e tornare a fare la guerra. Due settimane dopo avrebbe ricevevuto la medaglia al valore Silver Star per “Gallantry in Action”.

di Fulvio Trivero

 

Fulvio Trivero
fulviotrx@libero.it
1Commento
  • Francesco Vitrano
    Pubblicato alle 07:39h, 20 giugno Rispondi

    Una storia avvincente di una fuga a lieto fine !!!

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