Umberto Bardelli, storia di un sommergibilista della Regia Marina alla “Barbarigo”

di Andrea Lombardi

Umberto Mario Adriano Bardelli nasce a Livorno l’11 marzo del 1908, da Artemisio Bardelli e da Emma Cristiani. Dopo aver frequentato il Ginnasio, Umberto Bardelli entra il 18 ottobre 1924, a sedici anni, nella Regia Accademia Navale, iscritto al Corso per Ufficiali Macchinisti come Allievo (Decreto del 17 novembre 1924), ed è quindi arruolato come Volontario nel C.R.E.M. per la ferma di quattro anni dalla nomina ad Ufficiale.

Bardelli, alla data della sua morte, aveva quindi passato venti anni della sua vita al servizio dell’Italia. I primi imbarchi d’addestramento saranno svolti dall’Allievo Bardelli sulle Regie Navi Ferruccio, Vespucci, Pisa e Pacinotti. Dall’otto luglio 1925 al 16 febbraio 1930 Bardelli trascorrerà sedici mesi imbarcato su queste navi.

Il Ferruccio era un vecchio Incrociatore Corazzato (8.100 tsl), con propulsione a vapore e caldaie a carbone, utilizzato per l’addestramento degli Allievi, il Vespucci era un Incrociatore a vela e vapore (2.890 tsl), predecessore del Vespucci (varato il 22 marzo 1930 ed operativo dal 1931) che ancora adesso solca i mari, l’Incrociatore Corazzato Pisa (10.600 tsl) un’altra obsoleta nave da guerra utilizzata come Nave Scuola, mentre il Pacinotti era una Nave – Appoggio Sommergibili (2.720 tsl)

Con decorrenza dal 7 novembre 1928 Bardelli è nominato Aspirante Sottotenente, e il 4 agosto 1929 presterà giuramento presso il Comando della Regia Nave Pacinotti; l’undici luglio 1929 è promosso Sottotenente del Genio Navale, con anzianità di grado 15 luglio 1929, dopo aver conseguito con successo gli esami presso la Regia Accademia Navale, Sezione Genio Navale.

Dal febbraio al maggio 1930 sarà imbarcato sul Regio Incrociatore Trieste. Il 10 luglio 1930 è nominato Tenente del Genio Navale (G.N.), con anzianità di grado 15 luglio 1930. 

In seguito a questo primo ed importante risultato per la sua futura carriera, il Tenente del Genio Navale Bardelli è destinato a Genova, a perfezionarsi presso la Scuola di Ingegneria Navale, dal 5 novembre 1930 al primo agosto 1931, e in seguito all’Ufficio Tecnico del Genio Navale di Trieste (agosto – ottobre 1931). Sarà quindi nuovamente inviato a Genova, alla Scuola di Ingegneria Navale, dal primo ottobre 1931 al 28 luglio 1932, e tra il 10 settembre e il 29 novembre dello stesso anno. Disponibile dal 28 luglio al 10 settembre 1931, è imbarcato per la prima volta su di un Sommergibile, il Toti, assegnato alla sua sala macchine, dal 19 novembre 1932 al primo marzo 1933, e quindi inizia una lunga serie di imbarchi sul Regio Sommergibile Menotti, dal primo marzo 1933 al 16 novembre 1933, per un totale di otto mesi di navigazione. Le sale macchine dei sommergibili sono molto diverse da quelle delle grosse navi, vaste, su più piani e con grandi apparati di propulsione: le macchine di un sommergibile, solitamente due Diesel, sono collocate invece in un buco angusto nel quale i due enormi motori con tutte le loro apparecchiature ausiliarie sembrano animali addossati l’uno all’altro. Attorno, anche il più piccolo spazio tra il groviglio di condutture è stato sfruttato: oltre alla pompa di circolazione dell’acqua per il raffreddamento, la pompa dell’olio, il filtro dell’olio, le bombole d’aria compressa per l’avviamento, la pompa per la mandata dell’olio. In mezzo, manometri, termometri, indicatori di sbandata e altri strumenti vari.

Questo ambiente stretto, caldo e pervaso dell’odore acre dell’olio, della nafta e del sudore, ma così vitale per il sommergibile, sarà per anni il regno governato dalla mano sicura di Umberto Bardelli.

Seguiranno diversi periodi di imbarco sul Regio Sommergibile Speri, dal 16 novembre 1933 all’11 agosto 1936, compreso un imbarco di un anno, quattro mesi e nove giorni ed un altro di dieci mesi e cinque giorni.

Umberto Bardelli, promosso Capitano del Genio Navale il 18 luglio 1936, passerà quindi sul Regio Sommergibile Bandiera (stessa classe del Menotti), trascorrendo quindici mesi in navigazione su questa unità, dall’agosto 1936 al 14 novembre 1937. Parte di questo periodo vedrà Bardelli a Massaua, città portuale dell’Eritrea sul Mar Rosso e Base Sommergibili della Regia Marina nell’Africa Orientale Italiana.

Il 21 ottobre 1934 Umberto Bardelli convola a nozze con l’amata Luigia Maresca, dalla felice unione nascerà una figlia, Serena. Il 15 dicembre 1937 Bardelli viene destinato a Taranto, all’Ufficio Allestimento Sommergibili, dove rimarrà sino al 10 febbraio 1938, per contribuire all’allestimento del Regio Sommergibile Brin. Il partecipare alla fase vitale dell’allestimento di una unità navale e dei suoi complessi macchinari, come Bardelli farà in più occasioni, è certamente indice della sua bravura e competenza di Ufficiale del Genio Navale. Dal 10 febbraio al 28 marzo e dal 16 maggio al 14 giugno 1938 è invece all’Ufficio Allestimento Sommergibili di Monfalcone, per l’allestimento del Sommergibile Nani. Quindi sarà destinato allo stesso Ufficio, ma a Taranto, dal 13 aprile al 15 aprile 1939 e dal 6 luglio al primo ottobre 1939. Parteciperà anche all’allestimento del Regio Sommergibile Console Generale Liuzzi dal primo ottobre al 22 novembre 1939. Dal 28 marzo 1938 al 27 giugno dello stesso anno avrà quindi la qualifica di Capo Servizio Genio Navale sui Sommergibili Nani e Speri, mentre dal 30 settembre 1938 al 20 maggio 1940 presterà servizio sui Sommergibili Da Procida, Guglielmotti, Archimede e Liuzzi. E’ insignito in questo periodo della Medaglia Commemorativa per la spedizione in Albania. All’inizio della guerra Umberto Bardelli era quindi uno dei più esperti Ufficiali del Genio Navale della Regia Marina, avendo dato prova delle sue capacità per più di sessanta mesi di servizio su Sommergibili!

Il 20 maggio 1940 Umberto Bardelli sarà imbarcato sul Sommergibile Zoea, unità che faceva parte della 48a Squadriglia del Gruppo di Taranto. Il Sommergibile Posamine Zoea, della classe Foca, capace di portare venti mine in camera centrale e sedici in tubi, per un totale di trentasei mine, fu costruito dai Cantieri Tosi di Taranto. Impostato il 3 marzo 1936, fu varato il 5 dicembre 1937 e consegnato alla Regia Marina il 12 febbraio 1938. Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra: quello che sembrava essere solo l’ennesimo imbarco si trasforma per il Capitano Bardelli nella sua prima missione di guerra. Il Zoea all’inizio del conflitto sarà impiegato assieme al pariclasse Atropo come Sommergibile – Trasporto, infatti il 18 giugno 1940 salperà da Napoli per Tobruk portando un carico urgente di sessanta tonnellate di proiettili da 20, 37 e 47 mm per il REI.

Altre missioni di trasporto del Zoea e dell’Atropo raggiungeranno l’isola di Lero. Quindi il Zoea opererà, nel Mediterraneo Orientale, compiendo diverse missioni di deposizione di mine subacquee, assieme all’Atropo. Durante una di queste missioni, effettuata nelle acque palestinesi nell’ottobre 1940, l’Atropo fu costretto a rientrare a causa dei danni subiti dall’esplosione di due delle sue mine durante la deposizione delle stesse. Lo Zoea continuerà la missione da solo, terminando di posare lo sbarramento di mine. L’alta professionalità e la dedizione di Bardelli, già ampiamente dimostrata in pace, sarà confermata anche nelle dure condizioni della realtà dalla guerra sottomarina. Per il suo comportamento nell’operazione di posa di mine sopra descritta gli è infatti assegnata la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, denominazione del 10 febbraio 1941, con la seguente motivazione:

“Direttore di macchina di sommergibili posamine, durante un’ardita missione svolta in prossimità di una base nemica e conclusa con la posa di uno sbarramento, coadiuvava con esemplare serenità d’animo, perizia e coraggio il suo Comandante, contribuendo efficacemente con la sua opera fattiva a sormontare gravi difficoltà causate da avarie del materiale”. (Mediterraneo Orientale, 7-22 ottobre 1940-XVIII)

Dopo queste missioni con il Zoea, il Capitano G.N. Bardelli sarà impegnato dalla fine di ottobre del 1940 sul Brin, uno dei Sommergibili assegnati alla Base Atlantica di Bordeaux, Betasom.

Il sommergibile oceanico Brin, della omonima classe, fu costruito dai Cantieri Tosi di Taranto. Impostato il 3 dicembre 1936, fu varato il 3 aprile 1937 e consegnato alla Regia Marina il 30 giugno 1938. Il Brin, dopo aver effettuato alcune missioni, senza successo, nel Mediterraneo, ricevette nell’ottobre 1940 l’ordine di recarsi a Betasom. Bardelli opererà in qualità di Direttore di Macchina sul Brin dal 25 ottobre 1940 al 16 febbraio 1941. Il sommergibile era comandato in questo periodo dal Comandante Longanesi Cattani, che si distinguerà poi anche sul Da Vinci. Il Brin affonderà, nelle sue cinque missioni in Atlantico, due navi per 7.241 tsl, danneggiando altre due navi per 3.400 tsl.

Il Brin parte il 25 ottobre 1940 da Taranto per Bordeaux, e durante il passaggio, in immersione, dello stretto di Gibilterra, il sommergibile, spinto dalle forti correnti, subì danni urtando due volte sul fondo, prima sulla sponda settentrionale e più tardi una seconda su quella meridionale. A quel punto, il Capitano G.N. Bardelli dirà al Comandante Longanesi Cattani: “La prossima volta sbattiamo a Cuba!”, dicendo questa frase a bassa voce, e “con il più corretto dei saluti”, in modo che lo scherzo non potesse essere udito dagli altri uomini impegnati in camera di manovra.

Poco dopo, secondo la relazione del Comandante Longanesi Cattani:

In base alla rapida diminuzione di fondale e alle condizioni di scarica della batteria che non mi permettono di oppormi alla corrente giudico che un’ulteriore permanenza in immersione produrrebbe l’incaglio dell’unità. Appena emerso mi accorgo di essere in prossimità della costa africana a circa due miglia a nord – est di Capo Malabata. La bussola, probabilmente per trascinamento della rosa, a causa dell’urto contro la costa, era derivata di centottanta gradi. Costretto quindi all’emersione, e ritrovatosi a poca distanza dal porto neutrale di Tangeri, il Brin fu intercettato da due Cacciatorpediniere inglesi: il Brin, sfuggendo alla caccia del Destroyer Greyhound, che tenterà anche di speronarlo, riuscirà ad ancorarsi a Tangeri assieme al Bianchi per riparare i danni sofferti, e, posto rimedio alle avarie grazie anche a tecnici italiani, i due sommergibili ripartirono nella notte tra il 12 ed il 13 dicembre 1940 per Bordeaux, dove giunsero il 18 dicembre.

Come premio ai suoi sforzi, coronati da successo, per rimettere in condizioni operative il Brin, non tarderà a giungere un ulteriore riconoscimento per Bardelli, un Encomio Solenne:

“In località lontana dalla base contribuiva in modo efficace con tenacia ed entusiasmo, a ripristinare rapidamente la piena efficienza del proprio sommergibile danneggiato da offesa nemica”. (Oceano Atlantico, dicembre 1940) Il Brin, prima di arrivare a Bordeaux, si scontrò in superficie con il sommergibile inglese Tuna, ma nonostante un nutrito scambio di siluri e cannonate nessuna delle due unità riportò danni.

Ecco come nel 1961 il Comandante del Tuna, il Capitano di Vascello Cavenagh-Mainwaring, riportò a Longanesi Cattani, ormai non più suo nemico, ma anzi suo collega nella NATO, la sua versione di questo combattimento: All’avvistamento, contro luna, il Tuna scambiò il mio Brin per un altro sommergibile inglese che egli sapeva trovarsi in zona vicina, e perciò prese l’iniziativa di fare il segnale di scoperta la cui “parola” corrispondeva, per una coincidenza del tutto accidentale, alla nostra “parola” di quel giorno. Quando risposi alla sua “parola”, che mi risultava esatta, il Tuna non ebbe più dubbi sulla mia qualità di avversario poiché la mia “controparola” non corrispondeva alla sua, ed iniziò l’azione con lancio di siluri e tiro di cannone.

In totale egli lanciò contro il Brin due salve di siluri: la prima di sei siluri e la seconda di quattro, che il Brin poté evitare miracolosamente con la manovra, poiché eravamo già in allarme.

Egli afferma -non so se per cortesia- di aver a sua volta potuto evitare il mio lancio di una coppiola di siluri per pochissimi metri.

Il Tuna poté controllare la distanza (che rimase sui 1.000 metri per tutta la durata dello scontro) mediante il suo ecogoniometro e poté utilizzare tale strumento per regolare il tiro e per l’apertura delle salve al lancio dei siluri.

Il Tuna ruppe il combattimento prendendo l’immersione poiché ritenne, erroneamente, di aver identificato nelle sagome di due pescherecci oscurati quelle di due C.T. che presumeva venissero come mio rinforzo. Benché io abbia garantito al Comandante Cavenagh-Mainwaring di essere passato metri da quelle due unità e di averle riconosciute senza possibilità di equivoco come due pescherecci, egli mi è sembrato poco convinto della mia precisazione, così come mi è sembrato poco convinto del fatto… che il Brin avesse l’unico cannone a poppa, anziché a prora come la maggior parte dei nostri sommergibili.

Sbarcato a Bordeaux del Brin, Bardelli fu assegnato al Sommergibile Reginaldo Giuliani dal 16 febbraio 1941 al primo febbraio 1942.

Il Giuliani, un Sommergibile Oceanico classe Liuzzi fu impostato dai Cantieri Tosi di Taranto il 13 marzo 1939, varato il 3 dicembre dello stesso anno e consegnato il 3 febbraio 1940. I Sommergibili classe Liuzzi erano ben conosciuti da Bardelli, che aveva prestato la sua opera nell’allestimento del Console Generale Liuzzi nel ottobre-novembre 1939.

Dopo alcune missioni in Mediterraneo, il Giuliani fu modificato per operare in Atlantico e inviato a Betasom, dove giunse il 5 ottobre 1940. Operante in Atlantico, fu destinato a Gotenhafen (oggi Gdynia) per l’addestramento del personale sui nuovi metodi di guerra al traffico oceanico. Prima della partenza il Capitano di Corvetta D’Elia cedette il comando al Capitano di Fregata Vittore Raccanelli che lo assunse per il solo viaggio di trasferimento.

Bardelli sarà imbarcato come Direttore di Macchina del Giuliani poco prima di questa crociera; il Sommergibile partirà da Bordeaux il 16 marzo 1941, giungendo a Gotenhafen, alla sezione di tattica italiana (Marigammasom), presso la Scuola Sommergibili tedesca, il 6 aprile 1941. All’arrivo, il C.F. Raccanelli, destinato sull’Incrociatore Bande Nere, passò il comando al C.C. Adalberto Giovannini. Il Giuliani rimarrà nella base germanica per circa un anno, a disposizione degli Ufficiali italiani iscritti alla Scuola Sommergibili, e mentre Ufficiali ed equipaggi saranno introdotti alle vincenti tattiche di combattimento subacqueo tedesche, al Capitano del Genio Navale Bardelli saranno svelate le soluzioni tecniche adottate nella costruzione e nell’armamento degli U-Boot.

Nella sua permanenza a Gotenhafen, Bardelli incontrerà il Comandante Enzo Grossi, con il quale stringerà una salda amicizia che sarà riconfermata in diverse occasioni nei drammatici mesi del 1943-1944.

Il Capitano G.N. Bardelli ritornò quindi in Italia nel febbraio 1942, perché assegnato all’Ufficio Allestimento Sommergibili di Taranto, dove rimarrà sino al 20 ottobre 1942.

Rientrato a Bordeaux nel maggio 1942, il Giuliani, comandato dal Capitano di Fregata Giovanni Bruno, affondò in Atlantico, nell’agosto 1942, i mercantili Medon (5.444 tsl), California (5.441 tsl) e Sylvia de Larrinaga (5.218 tsl), per un totale di 16.103 tsl, danneggiando anche un mercantile di 4.300 tsl.

Il 18 ottobre 1942 Bardelli fu promosso Maggiore del Genio Navale, con anzianità di grado dal 9 ottobre 1942; il 21 dello stesso mese veniva imbarcato sulla moderna Corazzata Vittorio Veneto, classe Littorio, sulla quale rimarrà sino al 6 dicembre 1942.

La Vittorio Veneto, dislocante 45.900 tsl, aveva un armamento principale di 9 pezzi da 381/50 e uno secondario di 12 pezzi da 152/55. Le sue macchine, dalla potenza di 140.000 cavalli-vapore, la spingevano ad una velocità di 30 nodi.

Dal 6 dicembre al 27 dicembre 1942 Bardelli prestò servizio sul Cacciatorpediniere Bombardiere, impegnato dal novembre 1942 nella scorta dei convogli verso la Tunisia: la “rotta della morte”.

Il Bombardiere, che aveva già diverse missioni di scorta al suo attivo, e sotto la guida del Comandante Giuseppe Moschini aveva respinto diversi attacchi di aerei e sommergibili alle navi da esso scortate, era un Cacciatorpediniere classe Soldati seconda serie, costruito dai Cantieri Navali Riuniti di Ancona. Impostato il 7 ottobre 1940, fu varato il 23 marzo 1942 e consegnato il 15 luglio dello stesso anno. Armato di 4 pezzi da 120/50, 8 mitragliere da 20/65 e 6 siluri, aveva un dislocamento 2.460 tsl, ed era dotato di macchine dalla potenza di 50.000 cavalli, che gli conferivano una velocità di 37 nodi.

Il 17 gennaio 1943, solo due settimane dopo lo sbarco del Maggiore G.N. Bardelli dal Cacciatorpediniere, il Bombardiere fu affondato dal Sommergibile inglese United.

Dal 28 dicembre 1942 al 20 maggio 1943 il Maggiore Bardelli sarà imbarcato nuovamente sulla Nave da Battaglia Vittorio Veneto. Nel giugno 1943, il Maggiore G.N. Bardelli fu decorato della Croce di Guerra al Valor Militare:

Croce di Guerra al Valor Militare

“Direttore di macchina di sommergibile, partecipava a numerose missioni dando prova di costante combattività, spirito di sacrificio ed elevato sentimento del dovere”. Determinazione del 13 giugno 1943.

Bardelli fu quindi assegnato, dal 22 maggio al 31 agosto 1943, sull’Incrociatore Leggero Posamine Scipione Africano, l’ultimo varato della classe Capitani Romani, con la qualifica di Capo Servizio Genio Navale.

Lo Scipione Africano fu costruito dai Cantieri Odero-Terni-Orlando di Livorno. Impostato il 28 settembre 1940, fu varato il 12 gennaio 1941 e consegnato alla Regia Marina il 23 aprile 1943.

Gli Incrociatori classe Capitani Romani, dislocanti 5.420 tsl, erano armati con 8 cannoni da 135/45, 8 cannoni contraerei da 37 mm e 8 mitragliere da 13.2 mm. La potenza dell’apparato propulsivo era di 110.000 cavalli, che portavano la velocità teorica di questi Incrociatori Leggeri, dotati di scarsa protezione, a ben 41-43 nodi. Sotto la guida esperta del Maggiore G.N. Bardelli le macchine dell’Incrociatore portarono lo Scipione a toccare più volte i 44 nodi, stabilendo il primato di velocità tra gli Incrociatori.

Nel maggio-luglio 1943 l’Incrociatore Scipione fu ormeggiato nei porti di La Spezia e di Genova, e, visto l’andamento delle operazioni terrestri in Sicilia, in previsione del blocco da parte Alleata dello Stretto di Messina, fu dato ordine allo Scipione di forzare lo Stretto e di raggiungere Taranto.

Il 15 luglio 1943 l’Incrociatore Scipione lasciò l’ormeggio, ed il 17 luglio fu coinvolto in uno scontro notturno con quattro M.T.B., tra le quali la M.T.B. 315, comandata dal Leutnant Newell, e la sua gregaria M.T.B. 316, mentre era impegnato nella difficile missione del forzamento dello Stretto. In un confuso scontro notturno lo Scipione colpì con il fuoco delle sue artiglierie la M.T.B. 316, che affondò con tutto l’equipaggio, riuscì ad evitare l’offesa delle altre motosiluranti, letteralmente gareggiando in velocità coi siluri lanciati contro di esso, e danneggiò gravemente un’altra motosilurante inglese, giungendo poi senza danni a Taranto il 18 agosto 1943.

L’Incrociatore Scipione era dotato del radar E.C. 3ter Gufo, che probabilmente rilevò per tempo le M.T.B., consentendo all’equipaggio di apprestarsi alla difesa.

In questa battaglia il Maggiore del Genio Navale Bardelli ricevette la sua seconda Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con la seguente motivazione:

“Capo Servizio G.N. di Incrociatore leggero in una missione particolarmente rischiosa, assicurava con la propria opera competente ed esperta il felice esito della missione stessa.

Attaccata l’unità di notte da motosiluranti nemiche, era di esempio agli inferiori, con coraggio e serenità, contribuendo così al vittorioso esito dell’azione, che portò all’annientamento di tre delle quattro unità attaccanti”.

Determinazione del 17 agosto 1943.

Tra il 4 ed il 17 agosto lo Scipione portò a termine diverse rischiose missioni di posa di sbarramenti di mine nel Golfo di Taranto ed al largo della Calabria, sfidando gli aerei e le navi Alleate che tentavano di impedire l’evacuazione via mare delle forze italo – tedesche dalla Sicilia.

Il 31 agosto il Maggiore G.N. Bardelli sbarcava dall’Incrociatore Scipione a Taranto. Certamente, mentre scendeva lo scalandrone che lo portava sul molo, non immaginava né che quello appena conclusosi sarebbe stato il suo ultimo imbarco su di una Nave da Guerra, né l’abisso nel quale sarebbe sprofondata l’Italia da lì a pochi giorni.

8 settembre 1943: da Taranto a Trieste

Mentre Umberto Bardelli era imbarcato sullo Scipione Africano, sua moglie Lisetta, la sua famiglia e la figlia Serena erano temporaneamente residenti a Sava, in provincia di Taranto, dove erano sfollati. Quindi, nelle parole della figlia Serena Bardelli Rattazzi:

Lì, ai primi di luglio 1943, mamma ricevette una lettera in cui babbo le chiedeva di raggiungerlo con me a Spezia, dove avremmo atteso l’inizio della sua licenza di convalescenza alla fine del mese, per poter poi proseguire con lui per Laurana, in Istria, vicino ad Abbazia, dove i nonni Bardelli avevano una casa sul mare. Mamma ed io siamo arrivati a Spezia il 16 luglio, ignare del fatto che il giorno prima lo Scipione era partito per Taranto, fatto comunicatoci da Valerio Borghese, che ci aveva aspettato alla stazione e che ci portò all’Albergo delle Palme, a Lerici, dove rimanemmo sino alla fine del mese, mentre mio padre terminava il suo periodo di servizio sullo Scipione a Taranto.

Il Maggiore G.N. Bardelli fu posto in licenza di convalescenza il primo settembre 1943, e recatosi a Laurana, trascorse qualche giorno circondato dagli affetti familiari e dedicandosi ad uno dei suoi hobby, il disegno. Abile disegnatore, Bardelli passerà la notte tra il 7 e l’8 settembre disegnando più di 500 soldatini per i suoi nipoti.

L’otto settembre 1943, alla notizia dell’Armistizio, dopo un primo, profondo, momento di rabbia e costernazione, Bardelli decise immediatamente di lasciare Laurana, ritenuta troppo vicina al confine, raggiungendo casa Bardelli a Trieste. Quindi, come vedremo tra poco, si adopererà con il suo consueto coraggio per contribuire alla difesa dell’Istria.

Nell’Istria la situazione era infatti critica: approfittando dello sbandamento della maggior parte delle unità italiane, gli irregolari slavi, appoggiati da elementi italiani comunisti, arrivarono a controllare le vie di comunicazione della regione, e, forti delle armi e degli equipaggiamenti abbandonati dal R.E.I., iniziarono a premere verso i centri abitati, rimasti isolati.

Ma, a fronte dello sfascio di molti reparti delle FF.AA. Regie, altre unità italiane, dopo aver preso accordi con i tedeschi, tentano di opporsi ai montanti attacchi slavi.

A Pola il Capitano di Fregata Alessandro Mirone radunerà i marinai rimasti, costituendo una unità di formazione di Fucilieri di Marina, e, assieme a elementi della 60a Legione Camice Nere, difenderà la periferia dell’importante base navale, comprendente il grande ospedale della Marina, dalle bande partigiane.

L’unità di formazione citata sarà poi denominata Battaglione Fucilieri di Marina – Pola, e posta al comando del Tenente di Vascello Carlo Russo.

Per rinforzare il presidio fu organizzata a Trieste una colonna motorizzata italo – tedesca, che doveva dirigersi su Pola attraversando l’Istria. La colonna, al comando dell’Hauptmann Weigand e dello Sturmbannführer Hertlein, era costituita da reparti della Heer, delle SS, di volontari fascisti di Trieste e di Legionari del 134° Battaglione Camicie Nere, e il 12 settembre 1943 mosse verso Pola.

Il Maggiore G.N. Umberto Bardelli, appena arrivato a Trieste, si mise in divisa ed andò al Comando Marina, e, subito dopo, probabilmente perché non aveva avuto alcun ordine, e vista la confusione e lo sfascio delle forze militari italiane nella città, si presentò al Comando tedesco, dove gli fu ordinato di imbarcarsi su di una nave tedesca conducente azioni di guerra a Pola. (11)

Quando Bardelli tornò da Pola venne a conoscenza, probabilmente da un collega della Marina o da un altro Ufficiale, del fatto che il Comandante Junio Valerio Borghese era rimasto al suo posto a La Spezia, e che non aveva ammainato la bandiera italiana dalla Caserma della Decima MAS.

Decise allora di raggiungere Borghese, e con sua moglie, sua figlia e la fedele cameriera Ferruccia, partì da Trieste verso Spezia, con una autovettura e due camion di volontari, autorizzato dai tedeschi che gli rilasciarono un Ausweis, regolare permesso di transito.

Successive operazioni di forti reparti tedeschi, assieme a truppe italiane, portarono alla stabilizzazione dell’Istria (2-10 ottobre 1943), e l’impiego di altre Grandi Unità tedesche e forze di controguerriglia portarono il IX Korpus a ritirarsi, alla fine del 1943, verso le zone dell’interno.

Se la partecipazione del Maggiore Bardelli ai combattimenti terrestri per Pola è indicata da fonti indirette (Arena e Sanvito), il Sottotenente Paracadutista Bordogna, in una testimonianza personale, riferisce come il 17 settembre 1943

Arrivai a Trieste dopo diverse peripezie sempre in divisa: incontrai a Trieste il Maggiore del Genio Navale Bardelli colà inviato dal Comando Xa per recuperare materiale dell’arsenale di Pola. Riuscimmo ad armare una nave, trasferirla a Trieste e con un camion portare il materiale recuperato a La Spezia.

Questo viaggio avrebbe portato Bardelli non più tra le onde del mare, ma tra le buche e il fango dei combattimenti di terra.

La sua volontà di servire la Patria, in un caso o nell’altro, rimase la stessa.

La Decima MAS: dal Maestrale al Barbarigo

Dopo questo periodo drammatico, Bardelli raggiunse il 19 settembre 1943 la caserma del Muggiano con la sua famiglia, il Sottotenente Paracadutista Mario Bordogna, tre autocarri ed un automezzo trasportanti ventisette marinai e materiale di equipaggiamento prelevato dall’Arsenale di Pola.

La fama della M.O.V.M. Borghese tra gli Ufficiali dell’Arma Subacquea italiana, e l’essere entrambi Sommergibilisti, furono tra le circostanze che portarono Bardelli alla Decima MAS nel settembre 1943. Borghese non poteva non avere fiducia, in un momento così grave, di un combattente pluridecorato ed esperto come Bardelli.

Anche Ligetta Bardelli renderà un prezioso servizio alla Decima MAS, arruolandosi come volontaria civile nell’Ufficio Assistenza Decima. Nel dopoguerra Luigia Maresca Bardelli e Raffaella Duelli, attiveranno, assieme a Mario Bordogna, un centro di assistenza per l’invio di pacchi ai Marò in campo di prigionia a Taranto.

Nel settembre-ottobre 1943, a causa dell’enorme afflusso di volontari, la Decima Flottiglia MAS, pur mantenendo i suoi reparti navali d’élite, stava formando quelli che sarebbero diventati i suoi primi Battaglioni di Fanteria di Marina, e che portarono in seguito alla formazione della Divisione F.M. Decima.

Sergio Nesi dà un ritratto vivido della formazione dei reparti di Fanteria di Marina della Decima MAS, e del loro primo organizzatore, nonché Comandante del primo di questi reparti, il Maestrale, Umberto Bardelli:

Alla fine di settembre i volontari erano già alcune centinaia […] Tutti volevano riprendere la guerra a bordo dei mezzi d’assalto o dei M.A.S.; richieste ovviamente inutili per altrettanto intuibili motivi. Fu quindi giocoforza pensare di costruire una nuova X Flottiglia M.A.S., quella di terra, una Fanteria di Mare di nuovo tipo, ma sempre nelle caratteristiche dei Battaglioni “San Marco”, i noti “Fanti de Mar”. Il problema che nella Flottiglia gli Ufficiali e i Sottufficiali fossero tutti della Marina e molti di essi fossero Sommergibilisti fu superato dal fatto che la maggior parte dei volontari proveniva invece dall’Esercito. A capo di quella organizzazione da inventare di sana pianta fu però messo dal Comandante Borghese un Ufficiale di Marina, per di più un sommergibilista e per di più ancora un direttore di macchina. Era il Maggiore Umberto Bardelli, che, con il successivo ordinamento militare, divenne Capitano di Corvetta Fanteria di Marina. Era un uomo duro, magro, con il volto scavato e un monocolo perennemente incastrato nell’orbita sinistra, un formidabile organizzatore.

Bardelli, proprio perché proveniente dai Sommergibili, dove i rapporti tra Ufficiali e subordinati erano, per forza di cose, dati gli spazi ristretti e le condizioni di continuo contatto, più informali che in altre armi e specialità delle Forze Armate Regie e Repubblicane, era quindi particolarmente versato nel conquistare la fiducia dei Marò, in gran parte studenti e con l’entusiasmo dei volontari, entusiasmo che sarebbe svanito, o se non altro ridotto, da metodi di comando inutilmente autoritari, poco elastici e spesso affettanti una superiorità di “casta” prima che di grado, che erano deleteria caratteristica della maggior parte degli Ufficiali del Regio Esercito.

Con questo si spiega anche la predilezione di Bardelli nel reclutare Ufficiali delle Truppe Alpine; l’Ufficiale Alpino, come sinteticamente spiega il Guardiamarina Paolo Posio, proveniente proprio dagli Alpini:

Non soltanto combatteva con i suoi uomini, ma viveva e mangiava con i suoi Alpini, e aveva la divisa infangata come loro. (16)

Caratteristiche ideali, quindi, per dei Comandanti di truppe volontarie, spesso irrispettose verso gli Ufficiali che non erano stati in grado di conquistare la loro fiducia, ma capaci di mostrare una disciplina irreprensibile e un grande attaccamento verso i “loro” Ufficiali.

Il Capitano Bardelli fu senza dubbio, oltre che il primo Comandante, il creatore e l’anima del Maestrale, il primo Battaglione Fanteria di Marina a formarsi della Decima: molti futuri Ufficiali, Sottufficiali e Marò del Battaglione furono scelti direttamente da lui tra i moltissimi volontari, prescelti e subito sedotti dal carisma e dalla forza di volontà di questo eroe sommergibilista che stava adesso muovendo i primi passi come Ufficiale di Fanteria di Marina.

Ecco come avvenne il reclutamento nel Maestrale del Tenente Paolo Posio:

Il Guardiamarina Donini, Ufficiale degli N.P., mi invitò a recarmi a La Spezia e ad arruolarmi nei Nuotatori Paracadutisti.La mattina successiva mi recai al Comando Battaglione reclute al quale ero stato nel frattempo assegnato e comunicai la mia volontà di trasferirmi alla Xª Flottiglia M.A.S., di cui fino a qualche ora prima neppure conoscevo l’esistenza. La mia richiesta fu immediatamente accolta e mi presentai alla Caserma di S. Bartolomeo per essere arruolato nei Nuotatori Paracadutisti. Mi fu rilasciato un modulo e fui avviato alla visita medica per accertare la sussistenza delle qualità fisiopsichiche atte a fare di me un paracadutista.

Sennonché mentre, diretto all’ambulatorio, percorrevo il vialone centrale molto affollato, mi sentii chiamare, con l’espressione “Alpino, dove stai andando?”. Chi pronunciava queste parole era un Ufficiale Superiore indossante la divisa grigioverde della Xª, basco in tesata e “caramella” incastrata all’occhio sinistro. Salutai e, in posizione di attenti, spiegai che ero diretto al luogo della visita medica per l’arruolamento negli N.P., mostrando il modulo che mi era stato rilasciato.

Era, come poi appresi, il Comandante Umberto Bardelli che preso il documento, lo stracciò e battendomi cordialmente sulla spalla mi disse: “Niente N.P., tu farai parte del Battaglione Maestrale”, unità che egli stava costituendo.

Fui veramente affascinato dal suo modo di fare fermo e cordiale e nulla opposi alla sua unilaterale decisione che segnava il mio destino.

Mi fece piacere trovare uno come Bardelli, che era un uomo straordinario. […] Era un uomo con una personalità affascinante. Fu quella che mi conquistò e che mi portò nella Compagnia di Cencetti…

Tenente M.O.V.M. Alessandro Tognoloni:

All’otto settembre ero Ufficiale di Complemento di Fanteria appena nominato e mi trovavo ad Arezzo. […] Accettai di arruolarmi nella Repubblica Sociale e mi mandarono a Firenze. Lì, in un albergo, incontrai Bardelli, che mi colpì subito per il suo atteggiamento, così deciso e convinto. Non avevo ancora conosciuto Ufficiali Comandanti di quel tipo.

Sottocapo Egidio Cateni:

Mi sentii sdegnato dal tradimento dell’otto settembre. Dopo aver sentito dire che a La Spezia c’era un reparto della Marina che era rimasto in armi mi recai subito là da Genova. Appena entrato nella caserma un Ufficiale con la “caramella”, mi vide, mi chiamò, e dopo avermi velocemente squadrato (io ero alto e robusto, anche se molto giovane) mi disse “Tu vieni al Maestrale!”. Mentre lo seguivo, mi immaginai subito a bordo di un cacciatorpediniere, alle mitragliere, mentre sparavo agli aerei nemici… quando mi dissero che il Maestrale era invece un Battaglione di Fanteria, mi caddero le braccia!

Marò Piero Calamai:

Conoscevo il Comandante Bardelli fino dai primi giorni del Maestrale. Mi accolse con interesse perché i veterani erano indispensabili in un reparto di reclute. Mi chiamava per nome e quando passava in rassegna il reparto schierato si soffermava, mi scrutava con lo sguardo d’acciaio dietro la leggendaria “caramella” e poi si raddolciva nella solita bonaria raccomandazione di farmi la barba.

Non tutti gli “arruolamenti” di Bardelli andarono però a buon fine (ma si sa, l’eccezione conferma la regola…), come testimonia il Tenente di Vascello Sergio Nesi, già imbarcato sulla Regia Nave Montecuccoli:

Conobbi Bardelli solo di sfuggita, quando mi presentai alla Decima nel novembre 1943.

Egli mi vide e subito mi propose di comandare un Reparto di Fanteria di Marina; ma io, scherzosamente, gli risposi che ero entrato in Marina perché “mi facevano male i piedi”.

Al che lui mi gridò qualche insulto e mi urlò di andarmene ai Mezzi Navali!

Il Capitano Bardelli seppe sempre comunicare ai giovani Ufficiali e Marò, con poche, dirette parole, il fine ultimo del loro impegno, e ad essere la loro guida con il suo esempio personale, riuscendo così a elevare lo spirito di corpo e la tenuta morale dell’intera unità, che rimarrà salda, alla prova del fuoco, nonostante il sommario addestramento.

Sottotenente Mario Cinti:

Alla vigilia della partenza per il fronte, il Comandante del Barbarigo, Umberto Bardelli, che per noi era già una bandiera, riunì tutti gli Ufficiali a un gran rapporto per dire in sostanza: “So che il Battaglione non è perfettamente addestrato, ma questo, ora, non è molto importante. In questo momento l’Italia ha bisogno di mille uomini disposti a morire con eleganza. Chi non se la sente non è obbligato a venire”.

Marò Marcello Meleagri:

Come ci disse il Comandante Bardelli: “Noi siamo venuti a Roma per dimostrare a nemici ed amici che gli italiani sanno ancora combattere e morire per il loro paese”.

Marò Mario Tedeschi:

Tutti quelli con cui ho parlato di lui hanno messo in rilievo la sua grande personalità, più forte anche di quella di Borghese!

Mentre a La Spezia, il 19 febbraio 1944, davanti al Battaglione schierato, prendendo la parola dopo il Comandante Borghese, il Capitano di Corvetta Bardelli pronunciò una frase che colpì certamente tutti gli effettivi del Barbarigo:

Ricordate che da questo momento siete morti!

Morti per il popolo che non vi vorrà riconoscere, morti per le ragazze che non vi guarderanno, morti per i vostri che non vi riconosceranno!

Nell’aprile 1944, ricordando i Caduti del suo Battaglione, Bardelli aggiungerà:

Ma nessuno di voi è morto finché noi non morremo tutti. E fino a quando sarà in piedi uno del Barbarigo lo sarete anche voi. (26)

Colpo di mano in Flottiglia

Nel novembre 1943 il Capitano Umberto Bardelli accompagnerà il Comandante Borghese in una delicata missione a Firenze. Come abbiamo visto, Bardelli aveva prestato servizio sul Brin, comandato dal Capitano di Corvetta Longanesi Cattani, e l’Ufficio di Reclutamento della Decima MAS di quella città era diretto proprio da Longanesi Cattani, valoroso e pluridecorato sommergibilista atlantico, di sentimenti filo monarchici, il quale era inoltre stato assegnato da Borghese come responsabile della sicurezza delle Duchesse d’Aosta, residenti in Palazzo Pitti. I sentimenti filo monarchici di Longanesi Cattani e la sua appartenenza alla Decima MAS potevano però mettere in difficoltà la Flottiglia presso le autorità della RSI, così, per risolvere con comune beneficio la situazione, il Comandante Borghese pose Longanesi Cattani in licenza illimitata.

Sia le Altezze Reali sia Longanesi Cattani non ebbero mai problemi dai tedeschi, neppure quando furono trasferiti, nel febbraio 1944, dopo lo sbarco a Nettuno, da Firenze ad una residenza a Hirschegg, una località tra l’Austria e la Cecoslovacchia.

Rientrati a La Spezia, il Comandante Borghese e Bardelli ripresero ad occuparsi dei problemi legati all’organizzazione della Flottiglia l’uno, e della formazione e dell’addestramento del Maestrale l’altro.

Il Sottotenente Bordogna, alle dipendenze del Comandante Bardelli, collaborerà alla preparazione del Battaglione, e sarà in seguito incaricato del comando della sua Compagnia Comando.

Un’altra situazione delicata, e che avrà un grande impatto sulla storia della Decima, si sviluppò il 28 dicembre 1943.

In quel periodo, oltre l’N.P. ed il Maestrale, si stava ormai costituendo anche un terzo Battaglione, il Lupo (che darà poi alta prova di sé nel 1944/1945, sul Appennino bolognese e sul Senio), portando così alla formazione di un Reggimento Fanteria di Marina, denominato San Marco.

Questo numero considerevole di uomini armati ed equipaggiati, seppur con difficoltà, e anche grazie ai continui sforzi organizzativi di Bardelli, non sfuggì alle alte gerarchie politiche della RSI, che pensarono di ottenere facilmente uomini per le loro future azioni, e, inserendo nel comando della Flottiglia Ufficiali a loro fedeli, poter poi prendere in mano l’intera unità.

Così furono mandati a San Bartolomeo il Capitano di Vascello Nicola Bedeschi (quindi un grado superiore al Capitano di Fregata Junio Valerio Borghese) e il Capitano di Fregata Tortora, delegati al comando del costituendo Reggimento F.M. San Marco.

Le reazioni dei Marò non tardarono:

I metodi dei due Ufficiali superiori per organizzare quel Reggimento ricalcarono i vecchi metodi del Regio Esercito, cercando di ripristinare superate usanze, in assoluto contrasto con le direttive fino ad allora impartite da Borghese. Tra le fila degli Ufficiali, Sottufficiali e Marò cominciò ben presto a diffondersi un vento di ribellione, in particolare contro Bedeschi. (27)

La situazione non tardò a degenerare ulteriormente, e, il 9 gennaio 1944, mentre il comandante Borghese si recava a Levico, al Comando della Kriegsmarine, i Capitani Bardelli, Buttazzoni, Del Giudice e Riccio, assieme al Maggiore Riccitelli e ai Tenenti Bertozzi e Posio si riunivano, approfittando dell’assenza del Comandante, e, per risolvere risolutamente la situazione, misero in atto un piano decisamente ardito.

Durante la Messa della domenica, con uno stratagemma, attirarono Bedeschi e Tortora in una stanza dell’Ufficio Comando, e lì Bardelli, assieme agli altri Ufficiali, gli ingiunsero di consegnare le armi (!) e di considerarsi destituiti di ogni ruolo di Comando all’interno della Flottiglia.

In seguito Tortora e Bedeschi furono inviati al Reparto Politico della GNR di Firenze, accompagnati dal Sottotenente di Vascello Cencetti, mentre Bardelli comunicava agli Ufficiali del Maestrale, N.P. e Lupo l’avvenuto, riscontrando immediatamente una vera esplosione di entusiasmo!

Poco dopo giungeva al Capo della Provincia di La Spezia questa comunicazione, inviatagli dal Capitano di Corvetta Bardelli (28):

1) Questa mattina 9 corr., rientrato al Rgt. San Marco, ho dovuto constatare che la situazione generale si presentava estremamente tesa a causa del malcontento maturatosi in seno ai vari Reparti -ufficiali, sottufficiali e truppa- nei riguardi del C.te del Rgt. Cap. di Vascello Bedeschi e del C.te in 2a Cap. di Fregata Tortora.

A quanto mi consta i reparti stessi mal tolleravano che il Comando fosse impersonato dagli elementi citati in quanto in varie occasioni per i sistemi adottati avevano denunziato una mentalità e degli orientamenti ormai superati, ciò nonostante le direttive impartite in proposito dal C.te Valerio Borghese, C.te della X Flotmas. Tale malcontento si è particolarmente accentuato dopo la secessione del Rgt. San Marco dalla X Flotmas, secessione provocata dal C.te Bedeschi. Devo a tale proposito precisare che la quasi totalità degli elementi componenti il Rgt. si è arruolata volontariamente alla X attratta dal carattere specificatamente fascista, patriottico ed entusiastico della organizzazione creata e voluta dal C.te Borghese.

2) Come sopra esposto la situazione questa mattina si presentava particolarmente delicata in quanto la quasi totalità degli ufficiali esprimeva apertamente il proposito di passare immediatamente a vie di fatto qualora da parte del Comando della X non si fossero eliminati definitivamente i motivi del malcontento.

Assente temporaneamente il C.te Borghese alla Sede per motivi di Servizio, ho ritenuto necessario ed urgente per evitare danni più gravi di procedere al fermo e al relativo allontanamento dalla Sede dei predetti due ufficiali facendoli accompagnare da ufficiali del Rgt. a Firenze.

3) Per quanto sopra esposto mi considero a disposizione dell’Eccellenza Vostra per ogni eventuale ordine.

9 gennaio 1944 Umberto Bardelli

Come vediamo Bardelli presenta l’accaduto in termini coincisi e rispondenti alla realtà, prendendosi inoltre l’intera responsabilità delle decisioni e degli atti che portarono all’arresto dei due Ufficiali.

Il giorno successivo il Comandante Borghese sarà ricevuto dal Sottosegretario Ferrini, e, non facendosi certo intimidire dalle minacce dell’alto funzionario, ribadirà che pur disapprovando l’operato non ortodosso dei propri subordinati, la responsabilità dell’accaduto fosse di Ferrini stesso.

Nel frattempo le voci dell’avvenimento giunsero anche a Mussolini, causando altre conseguenze politiche, culminate con l’arresto del Comandante Borghese il 13 gennaio 1944.

Mentre Borghese era interrogato sulla sua attività dal settembre 1943 in poi, Ferrini mandava un ultimo, diffamatorio telegramma al Comando Generale della GNR dove si paventava che il:

“maggiore g.n. BARDELLI […] habet più volte dichiarato che in caso avessero cercato ostacolare sua opera si sarebbe dato alla macchia con i suoi uomini […] Est naturalmente necessario che tali reparti prima di trasferirsi al Nord siano naturalmente epurati di tutti gli elementi irresponsabili che hanno partecipato […] nel grave reato di insubordinazione e rivolta”.

Nel frattempo, il 14 gennaio 1944, il Capitano di Corvetta della Fanteria di Marina Umberto Bardelli prestava giuramento per la Repubblica Sociale Italiana presso il Comando della Decima MAS.

Nonostante le pressioni politiche e l’ostilità di parte dei Comandi della Marina Nazionale Repubblicana, il Comandante Borghese fu presto scarcerato, anche grazie all’appoggio del Comandante di Vascello M.O.V.M. Enzo Grossi, che si esporrà personalmente davanti al Duce, e alla grande considerazione che aveva la M.O.V.M. Borghese presso alcune autorità tedesche, il Grossadmiral Karl Dönitz in particolare.

Il Sottosegretario Ferrini fu quindi sostituito da Sottosegretario alla Marina, mentre:

“Il Battaglione nel quale si verificarono i noti episodi, per accordi intervenuti tra Graziani e Kesselring, verrà inviato subito al fronte di Nettuno, a insistente richiesta degli stessi suoi componenti. Non c’è alcun dubbio che si farà onore; è formato da un complesso di magnifici ufficiali e soldati”. (30)

Il Battaglione designato dal Comandante Borghese sarà il Maestrale, perché l’N.P. avrebbe dovuto operare principalmente dietro le linee nemiche.

Dopo questa decisione si doveva scegliere a chi spettasse il comando del Battaglione da inviare in linea: la scelta del Comandante Borghese cadde su Bardelli.

Ciò fece infuriare il Capitano Buttazzoni, abile Comandante dei Nuotatori Paracadutisti, che avrebbe voluto questo privilegio per lui in prima istanza, e, secondariamente, per il suo Battaglione N.P., che peraltro cederà un fondamentale complemento di uomini al Maestrale-Barbarigo.

Il Guardiamarina Posio, a mo’ di consolazione, darà una ironica -ma logica- spiegazione della scelta del Comandante Borghese all’inviperito Buttazzoni, ricordandogli che Bardelli aveva un’anzianità di servizio maggiore della sua!

Per poter accelerare l’addestramento dei Marò si distaccarono a Cuneo due Compagnie, e lì si verificò un fatto che avrebbe avuto una grande importanza in un triste momento futuro. Tre Ufficiali e un Marò furono catturati da un gruppo di partigiani del capo partigiano “Mauri”. Bardelli tentò di aprire un canale di trattativa con quest’ultimo, volendo evitare lo scontro tra italiani, come più volte da lui espresso ai suo colleghi:

Bardelli diceva sempre, anzi predicava: “non facciamoci la guerra tra noi, noi combattiamo contro gli americani e loro combattono contro i tedeschi e basta”. Il tentativo, portato a termine dalla coraggiosa Fede Arnaud, poi responsabile Comandante del SAF Xª, che si recò da sola a parlamentare con i partigiani, andò a buon fine, e dopo qualche tempo gli Ufficiali e il Marò furono liberati.

La felice conclusione di questa vicenda portò probabilmente Bardelli a pensare che si potesse sempre arrivare, con il dialogo e il rispetto della parola data, ad un accomodamento con i partigiani.

Purtroppo, ad Ozegna, la generosità d’animo di Umberto Bardelli lo tradì.

Dopo il ritorno delle due Compagnie a La Spezia l’addestramento fu per forza di cose affrettato ed incompleto: poiché non si potevano fare le esercitazioni di tiro in un apposito poligono, i Marò si addestravano con i MAB sparando in mare. Era anche impossibile fare, tra le altre cose, quell’addestramento al movimento tattico sul terreno per Plotoni e Compagnie, e alla cooperazione fanteria – armi d’appoggio essenziale nella guerra moderna.

Nonostante tutto il Battaglione, rinominato Barbarigo in onore all’omonimo sommergibile atlantico del Comandante Grossi, che manderà un telegramma di felicitazioni, partì per Anzio/Nettuno il 20 febbraio 1944, acclamato dalla popolazione spezzina.

Marinai in buca: il Barbarigo a Nettuno

Il Battaglione, guidato dal Capitano di Corvetta F.M. Bardelli, si diresse per Roma a bordo di una moltitudine di variopinti e ben poco marziali torpedoni civili requisiti dai tedeschi; durante una sosta a Siena numerosi Allievi Ufficiali della GNR si aggregarono al Barbarigo come semplici Marò, per poter combattere subito contro gli Alleati.

Raggiunta Roma il Barbarigo partecipò ad una sfilata, principalmente per ragioni di propaganda, e se i Marò erano ansiosi di poter entrare in combattimento, Bardelli sfruttò questa occasione, grazie al Capitano dei Granatieri di Sardegna Marchesi, per migliorare l’equipaggiamento del Battaglione, prelevando materiali ed armi dalla Caserma Ferdinando di Savoia.

Finalmente, la sera del 3 marzo, il Battaglione, trasportato su camionette tedesche, entrava in linea a Nettuno.

La prima esigenza per il Capitano Bardelli fu quella di prendere contatto con l’Ufficiale tedesco responsabile del settore dove si sarebbe schierato il Barbarigo.

L’Ufficiale in questione era l’Oberst von Schellerer, veterano della prima guerra mondiale e decorato della Croce di Ferro di 1a Classe 1914 e riconferma del 1939, Comandante del 735. Infanterie-Regiment della 715. Infanterie-Division.

La 715. Infanterie-Division era nata come una Divisione di Fanteria statica con compiti di presidio, ma sarà inviata in emergenza a Nettuno dopo lo sbarco Alleato. Molte delle sue armi erano di preda bellica, e il suo Reggimento di Artiglieria poteva contare su di un solo Gruppo di Obici da 10.5 cm e di un Gruppo di cannoni campali di preda bellica russi da 7.62 cm.

Inoltre la Divisione aveva subito molte perdite nelle settimane precedenti, e i sopravvissuti erano alquanto logorati dai continui combattimenti.

Proprio per quest’ultimo fatto, e forse anche per una certa sfiducia nella qualità delle truppe italiane, von Schellerer chiese a Bardelli, accompagnato dal Comandante in seconda Vallauri e dall’Aiutante Maggiore Rattazzi, che, sapendo il tedesco, fungeva da interprete, di poter assegnare i Marò alle sue decimate Compagnie, suddividendoli in Squadre e perciò smembrando così il Battaglione.

Seguì un’accesa discussione, con Bardelli che, non accondiscendendo a questa richiesta, rimarcava che il Battaglione, seppur dipendendo tatticamente da una unità tedesca, avrebbe dovuto combattere unito. L’energia ma anche l’abilità diplomatica di Bardelli riuscirono nell’intento, e le Compagnie del Battaglione si disposero in linea rilevando altre unità tedesche. Nei giorni seguenti i Marò poterono inoltre istruirsi all’uso delle armi tedesche, in particolare controcarro, come i lanciagranate Panzerfaust.

Mentre il Barbarigo aveva i suoi primi caduti, partecipando ad azioni di pattuglia ed a combattimenti difensivi, in un fronte caratterizzato da condizioni che ricordavano la guerra di posizione del primo conflitto mondiale, Bardelli, conferendo con il Generale Comandante della 715. Infanterie-Division Hildenbrand, si rese conto della necessità di dotare il Battaglione di un proprio supporto d’artiglieria.

Il Capitano Bardelli sfrutterà il fatto che molti degli effettivi del Barbarigo erano stati artiglieri per selezionare i quadri del futuro reparto d’artiglieria, e con l’ennesimo mirabile sforzo organizzativo e di improvvisazione, grazie anche al Tenente di Vascello Mario Carnevale, Comandante del San Giorgio, si riuscirà a creare il Gruppo di Artiglieria San Giorgio, con pezzi da 105 mm. Successivamente sarà creata anche la 5a Compagnia Cannoni, con tre pezzi da 65 mm.

Il Barbarigo ed il San Giorgio, formanti il Gruppo di Combattimento Barbarigo, diedero il loro contributo ai combattimenti sulla testa di ponte, al comando operativo del Tenente di Vascello Vallauri.

Infatti Bardelli, grande organizzatore e abile Direttore di Macchina, aveva razionalmente stimato di non avere l’esperienza necessaria per guidare tatticamente un’unità di Fanteria sul campo, e aveva delegato, poco dopo l’arrivo al fronte, il comando operativo del Battaglione a Vallauri, proveniente dal REI e quindi maggiormente versato nei combattimenti terrestri.

L’opera del Comandante Bardelli risultava comunque essenziale nei rapporti con i tedeschi, che lo apprezzavano e rimanevano impressionati dalla sua franchezza e decisione, e verso i Marò del Battaglione, che erano allo stesso modo entusiasmati dal carisma di Bardelli, come è evidente dal seguente resoconto del Marò Luciano Luci Chiarissi:

Il giorno 8 mattina venne a far visita alle nostre postazioni il Comandante Bardelli con un Tenente Colonnello germanico. Gli chiesi come mai dovessi andarmene, mentre egli mi aveva promesso sin dal primo giorno che non mi avrebbe mai lasciato [Chiarissi proveniva dalla GNR, ed era stato richiamato, NdA]. Si volse all’Ufficiale germanico e disse: “Come italiano che cosa debbo dire a questi ragazzi?”. Poi si rivolse a me ponendomi rudemente la mano sulla spalla: “Tu sei uno dei più bravi ragazzi che io abbia conosciuto. Cercherò di accontentarti”. Erano le prime ore del mattino, e nel nostro settore faceva abbastanza fresco, forse anche per l’umidità provocata dalle paludi. Sentii qualcosa che mi serrava la gola e poi un brivido lungo tutto il corpo, ma non era il freddo: ero felice.

Questa era l’umanità ed il carisma di Bardelli, e la considerazione che i suoi Marò avevano per lui.

L’inesperienza di Bardelli sul “fronte terrestre”, ma anche il suo orgoglioso sprezzo del pericolo, estremizzato proprio per far comprendere ai tedeschi le qualità combattive sue e dei suoi uomini sono rivelati dal seguente ricordo del Marò A.U. Franco Olivotti:

Bardelli stava partecipando ad uno dei primi rapporti sulla situazione con alcuni Ufficiali tedeschi, quando si sentì il sibilo di una salva d’artiglieria in arrivo; Bardelli, con l’orecchio non allenato, non capì che i colpi sarebbero finiti lontano, e si gettò a terra. Ovviamente gli Ufficiali tedeschi rimasero in piedi, e mentre i colpi esplodevano senza far danno in lontananza, rivolsero degli sguardi di commiserazione al nostro Comandante.

Capito l’errore e rimessosi rapidamente in piedi e rassettatasi nervosamente la divisa, Bardelli riprese a conferire con i tedeschi.

Poco dopo si udirono nuovamente dei colpi in arrivo, ma stavolta era evidente che la salva sarebbe caduta proprio nell’area dove stava tenendosi il rapporto: Bardelli se ne avvide vedendo la reazione dei tedeschi, e mentre essi si gettavano a terra, egli, con grande freddezza, rimase in piedi tra le schegge che riempirono l’aria dopo le detonazioni, davvero molto vicine, dei proiettili Alleati. I tedeschi, increduli testimoni della temerarietà di Bardelli, rimasero molto colpiti dalla sua risolutezza.

Dopo qualche tempo il Barbarigo creò anche il proprio “giornale di guerra”, costituito da un solo foglio: il “Barbarigo”. Una copia, fresca di stampa, del primo numero fu donata al Comandante Borghese, in occasione della sua visita al Battaglione il 7-8 aprile 1944.

Il Comandante Bardelli scriveva le seguenti righe sul primo numero del “Barbarigo” del 1° aprile 1944:

Sulle linee della I . Compagnia è rimasta una croce su un mucchio di rossa terra italiana. Sono i due morti che non si sono potuti portare indietro, quelli presi da una granata nella buca e che sono rimasti sulla linea a fare buona guardia. E’ la prima Compagnia, quella che per noi si chiamerà sempre “DECIMA”, che ha più generosamente delle altre lasciato un solco di sangue fecondo.

Guardiamarina Sebastiani, tu che hai preso il comando della prima squadra, hai assunto sorridendo con i tuoi vent’anni ed i ragazzi che ti hanno visto arrivare ti hanno accolto con il loro più caro volto.

Questa volta non ti chiedono né scarpe né rancio caldo. Ti hanno fatto vedere la loro “LINEA” e ti hanno detto che non è dura la consegna: “Siamo tutti qui per i vivi perché il nostro giovane e puro sangue non sia dimenticato e dia frutto perché i compagni che combattono sanno che senza di noi ogni parola e ogni promessa non sono che una vuota retorica”.

E Frezza ti parlerà della sua batteria e di come era dolce la musica di quei primi quattro cannoni ITALIANI […]

E Spagna ti dirà che è stato il primissimo, colpito in mezzo alla fronte, solo come il primo doveva cadere.

Ma nessuno di Voi è morto finché noi non moriamo tutti. E fino a quando vi sarà in piedi uno del Barbarigo, lo sarete anche voi. […]

Sia questa anche la nostra Pasqua e con la veniente Primavera, risorga l’Italia a combattere per il suo avvenire.

Voi siete la nostra certezza che tutto questo avverrà e che non siete caduti invano.

Il Comandante

Sul secondo numero del giornale “Barbarigo”, Bardelli scrisse il seguente articolo, ricordando la visita del Comandante Borghese sul fronte a Nettuno:

E’ arrivato puntuale in linea anche la Pasqua, così puntuale da augurarsi che il camioncino del rancio impari da Lei. Molti fiori di pesco, tante nuvole bianche, le solite cannonate di ogni giorno e i soliti aerei pazzerelloni che invece che gettare uova smitragliavano come al solito gli ignari e incauti passanti.

L’aria di Pasqua ce l’hanno data il rancio e le sigarette, entrambi di insolita bontà, quantità e consistenza. E così anche quelli delle buche e delle batterie hanno per un giorno brontolato un po’ meno del solito contro quei fetenti imboscati del magazzino.

A rendere il giorno più lieto è arrivato in linea il Comandante Borghese.

Ha lasciato il suo duro lavoro alla X, ha lasciato per due giorni quelli dei mezzi d’assalto, i battaglioni in formazione, tutto quell’enorme lavoro, che ognuno di noi e solo noi sappiamo quanto sia duro e necessario, ed è venuto tra i suoi ragazzi del Barbarigo. Tutti lo hanno visto e tutti hanno sentito la sua parola, tutti si sono sentiti migliori perché il Comandante era vicino ai loro cuori e ai loro sentimenti, perché è sceso nelle buche della II e della IV, perché ogni artigliere la ha visto vicino al proprio cannone.

E le sue parole sono state di elogio per quello che si è fatto, di augurio e soprattutto di fede. Ero sempre dietro al Comandante quando vi parlava e vi guardavo perché nelle vostre facce, che nei quaranta giorni di linea hanno preso rilievo e forza, leggevo i miei stessi sentimenti e tutta la nostra volontà di continuare sino alla fine.

Accanto al Comandante Borghese ci siamo tutti raccolti in una vera comunione spirituale e mai il Barbarigo è stato più compatto e più serrato nei ranghi di quei due giorni della sua visita.

Parlandomi, prima di partire, mi ha detto che è soddisfatto di voi tutti e soprattutto dei giovanissimi, dei marinai che con tanto animo superano le difficoltà di una guerra nuova per loro, dei vecchi soldati di Grecia, Africa e Russia che sono tornati a quella dura guerra che già conoscevano. Con l’arrivo del Comandante si è anche chiuso quel primo periodo di assestamento e di ritrovamento per tutti noi. Non sappiamo ancora che cosa ci aspetti nei giorni che verranno e, benché Radio Buca si affanni a fare pronostici, nessuno può dire fino a quando… Ma oggi possiamo guardare indietro e misurare tutto il cammino fatto, il duro lungo cammino per arrivare sin qui. Si è fatto veramente più dell’impossibile, si sono superate difficoltà di ogni genere, ci siamo liberati da tanti impedimenti e da molta incomprensione. E ora possiamo guardare all’avvenire con assoluta fiducia in noi stessi, nel nostro Comandante, nella nostra causa. Chi non dispera non perde.

Un’altra visita significativa per il reparto fu quella del Colonnello Carallo, futuro comandante della Divisione Decima:

Il Colonnello Carallo venne a passarci in rassegna (Il Comandante Borghese era venuto addirittura sull’argine maledetto). Faceva gli onori di casa il Capitano di Corvetta sommergibilista Umberto Bardelli, carismatico Comandante del Barbarigo, anche lui un po’ polveroso, ma l’immancabile “caramella” incollata all’occhio sinistro. L’ottimo Colonnello era un Bersagliere, combattente e decorato e, dopo l’infamia dell’otto settembre, era la prima volta che si trovava di nuovo davanti ad una Compagnia in grigioverde, lacera e marziale, armata e inquadrata, nelle immediate retrovie del fronte. Mentre parlava si commosse veramente, un singulto gli serrò la gola ed alcune lacrime gli scorsero sul viso. A tale vista il Comandante Bardelli si meravigliò, tanto da spalancare gli occhi e provocare così l’immancabile caduta della leggendaria “caramella”. Tuttavia, abile marinaio, parò la mano all’altezza del cinturone e raccolse al volo la lente. L’acrobatica prodezza non sfuggì alla nostra attenzione e si udì un mormorio ironico. Il povero Colonnello Carallo credette che ridessimo di lui e non ce la perdonò più. (35)

Il 27 aprile 1944 il Capitano di Corvetta Bardelli cedette il comando del Battaglione al Tenente di Vascello Giuseppe Vallauri, dovendo comandare il 1° Reggimento F.M. San Marco, formato dal Barbarigo, dal Lupo e dal NP.

Il Capitano Bardelli, tuttavia, visitò altre volte il Battaglione, e sarà presente a Roma, mentre era in corso il ripiegamento del Barbarigo dalla testa di ponte, quando la 10. Armee da Montecassino e la 14. Armee da Anzio/Nettuno furono costrette alla ritirata sotto la massiccia offensiva Alleata di fine maggio 1944.

Bardelli si adopererà per reintegrare la dotazione in armi dei superstiti del Barbarigo giunti a Roma, ottenendo dai Comandi tedeschi armi ed equipaggiamenti, mentre, opponendosi all’ordine tedesco di riportare in linea l’esausto Battaglione, lo salverà dal totale annientamento.

In quegli ultimi giorni a Roma, Bardelli, dopo un lungo, polemico ed aspro colloquio notturno con il Conte Thun, l’Ufficiale di collegamento tedesco, ottenne il riconoscimento scritto da parte del Comando tedesco del ruolo del Barbarigo nei combattimenti ad Anzio/Nettuno, come riporta il Guardiamarina Posio:

Ebbi occasione di essere a fianco del Comandante Bardelli allorché si incontrò col Conte Thun, Ufficiale credo, del servizio di Controspionaggio germanico e certamente molto vicino al Generale Mältzer.

Ricordo tale circostanza perché mi consenti di apprezzare il modo appassionato e dignitoso con il quale egli, di fronte a qualche non del tutto amichevole espressione dell’interlocutore, rivendicò il positivo apporto dato dal Barbarigo alla difesa di Roma nonostante le gravi deficienze addestrative e di armamento di gran parte dei suoi componenti ed esaltò lo spirito di sacrificio, il coraggio e la fedeltà all’alleanza dimostrata dai Maró in ogni momento della loro non breve permanenza sul fronte di Nettuno.

Il risultato di quel lungo e duro colloquio svoltosi nella notte di uno dei primissimi giorni del giugno 1944 fu l’elogio agli uomini del Barbarigo espresso dal Comando tedesco in un comunicato a firma, mi sembra, del Generale Mältzer, pubblicato sulla stampa dell’epoca e, credo, facilmente rintracciabile.

Peraltro Bardelli, oltre che diplomatico, sapeva mettere bene in chiaro, se necessario, quando non si dovessero accettare prepotenze dall’alleato tedesco, come riporta il Marò Piero Calamai:

Un altro incidente avvenne durante la ritirata di Nettuno, quando alcuni sbandati del Barbarigo furono disarmati perché si rifiutarono di fermarsi a combattere ad un posto di blocco. Avevano torto, perché in ritirata è norma costituire Compagnie di formazione e organizzare punti di resistenza per rallentare lo sganciamento. Ma il Comandante Bardelli, di fronte ai laceri resti del Battaglione schierati nel cortile del Distaccamento Marina di piazza Adua, con al fianco, impalato e pallidissimo, l’Ufficiale di Collegamento tedesco, ordinò con voce stentorea di sparare, e nella faccia, a chiunque, italiano o tedesco avesse ancora tentato di disarmarci.

Bardelli, nella notte tra l’uno e il 2 giugno, si portò con Vallauri al Posto di Comando della 4. Fallschirmjäger-Division, per concordare un ulteriore impiego del Barbarigo nella difesa di Roma.

Il pomeriggio del 3 giugno Bardelli avvertì le Volontarie del SAF Xª, tra le quali vi era l’Ausiliaria Scelta Raffaella Duelli, di prepararsi a lasciare la Capitale:

Bardelli venne in caserma e mi disse: “Vai a casa ad avvisare che parti; prendi poche cose e vieni su con noi, perché nessuno di noi rimane più qui”. Ricordo perfettamente che, mentre stavo uscendo, lui era seduto con altri sui gradini nel cortile del Distaccamento e mi chiamò a voce altissima: “Raffaella!”. Qualcuno gli aveva dato il nome, evidentemente. Mi voltai e lui mi disse: “Togliti la giacca ed il basco”. Io francamente lì per lì non capii; a Roma non ci aveva mai dato fastidio nessuno […] Però probabilmente il Comandante Bardelli aveva pensato che se fossi andata in giro quella sera, in divisa, avrebbe potuto essere pericoloso. Mi fece telefonare ai miei, loro mi aspettarono. Bardelli aveva il volto teso, grigio, per il duro compito di organizzare il ripiegamento del Battaglione da Roma.

Lo stesso giorno il Comando tedesco chiese una Compagnia da schierare sulla Appia, così fu costituita dai resti del Battaglione una Compagnia di formazione al comando del Tenente di Vascello Betti. Il Comandante Bardelli era presente al momento della partenza della Compagnia, incoraggiando gli uomini e in particolare l’Aiutante Maggiore Cencetti.

Quindi, dopo aver predisposto la partenza dei sopravvissuti, e conscio che sia lui che i suoi uomini avevano fatto tutto il possibile per difendere la Capitale, Bardelli ripartì per La Spezia il 4 giugno 1944, seguito dai pochi automezzi necessari per riportare i Marò, diventati a caro prezzo veterani, verso nord.

Undici morti ad Ozegna

Giunto a La Spezia, il Barbarigo si diresse quindi nella zona di Viverone, vicino Ivrea, per ricostituirsi e riorganizzarsi, e Bardelli dovette riprendere il suo impegno nell’organizzazione del Reggimento F.M. San Marco.

Tuttavia, lo sforzo di reclutamento fatto da Bardelli nei confronti del suo primo Battaglione, continuò anche dopo il ritorno del Barbarigo dal Fronte di Nettuno; infatti il Tenente Giorgio Farotti ricorda così una visita del Capitano Bardelli alla Scuola Ufficiali di Alessandria:

Bardelli era venuto a ricordarci che alla fine del corso avremmo potuto chiedere di essere assegnati a quel Reparto di Fanteria di Marina, erede della Xª Mas delle epiche gesta di Alessandria, Malta, Suda e Gibilterra, e che aveva già dato un’ottima prova combattendo sul fronte di Nettuno contro gli angloamericani, vale a dire il Battaglione Barbarigo, da lui comandato, il primo Reparto organico della R.S.I. ad essere inviato al fronte dopo l’ignobile 8 settembre 1943.

Vestiva il Samurai, e non sprecò molte parole. Disse: “Io ho bisogno di dieci Ufficiali per i miei reparti. Vi posso offrire soltanto la possibilità di crepare per l’Italia”, e ci conquistò.

L’otto luglio 1944 Bardelli si recherà a Viverone per visitare i Marò del Barbarigo, i veterani del Battaglione ed i rimpiazzi che non lo conoscevano ancora.

Ad essi mostrò il Distintivo del Battaglione Barbarigo, con il cartiglio “Fronte di Nettuno”, destinato ai reduci dei combattimenti sulla testa di ponte, si intrattenne con i Marò e con gli Ufficiali, quindi, assieme ad una scorta, ripartì per Agliè, dove era dislocato il Battaglione Sagittario.

Lungo la strada Bardelli ricevette la notizia che un Guardiamarina del Sagittario, tale Gaetano Oneto, assieme da alcuni disertori, era fuggito portandosi dietro la cassa del Battaglione. Bardelli darà ordine ad alcuni Marò del Sagittario di seguirlo, per poter riconoscere Oneto, e si lancerà sulle tracce del fuggitivo, segnalato ad Ozegna.

Dopo alcuni chilometri la piccola colonna, composta dalla 1100 scoperta di Bardelli e due automezzi con i Marò del Barbarigo e del Sagittario arrivò alla Stazione di Ozegna; lì stazionava parte di un reparto partigiano capitanato da Piero Urati, nome di battaglia “Piero Piero”, poiché anche egli, avvertito da una staffetta della diserzione di Oneto, si era mosso celermente verso Ozegna, dando ordine alla sua banda di seguirlo e catturando i disertori.

Bardelli, fedele al suo pensiero di evitare lo scontro fratricida, e probabilmente confortato dalle precedenti esperienze di dialogo tra Reparti e Comandi della Decima e gruppi di partigiani, sia nel Nord Italia sia a Nettuno e alla Base Sud di Fiumicino, ordinò ai suoi Marò di non intraprendere alcuna azione offensiva.

Quindi Bardelli andò a parlamentare con il capo dei partigiani:

Senza rendersi conto dell’individuo con cui aveva a che fare, Bardelli disse a “Piero Piero” che il Barbarigo era nella zona soltanto per riorganizzarsi e tornare al fronte, contro gli angloamericani. Che i partigiani stessero tranquilli, e ci lasciassero passare, perché dovevamo andare a prendere un disertore, cioè un individuo che nemmeno a loro poteva piacere; lui, Bardelli, non aveva alcuna intenzione di far fuoco su altri italiani.

Urati prestò orecchio alle parole di Bardelli, ma solo per permettere ad altri suoi uomini di circondare il reparto di Marò: quando ritenne arrivato il momento più opportuno “Piero Piero” si allontanò da Bardelli, e puntatagli un’arma addosso, gli intimò di arrendersi.

Bardelli, sorpreso, si riprese immediatamente, e, gridando ai suoi Marò “Barbarigo non si arrende! Fuoco!”, raccolse la sua Walther P 38, sparando verso Urati che si era posto al riparo, mentre i partigiani aprivano il fuoco da più direzioni, ferendo e poi uccidendo Bardelli e colpendo molti dei Marò, colti allo scoperto.

Secondo Urati invece egli stesso fu costretto a strappare l’arma dalle mani di Bardelli e a colpirlo, dando inizio allo scontro, dopo che i Marò si erano resi conto di essere stati circondati.

Solo pochi di essi, riusciti a ripararsi, colpirono mortalmente tre uomini della banda di “Piero Piero” con il loro fuoco di reazione, ma, esaurite in breve tempo le poche munizioni che avevano con loro, non ebbero altra scelta che arrendersi. Dopo alcuni giorni di prigionia nei rifugi della banda di Urati, saranno liberati grazie ad uno scambio di prigionieri tra i partigiani e la Decima.

Oltre a Bardelli, saranno uccisi ad Ozegna il T.V. Piccolo, il S.T.V. Beccocci, il Capo di 3a Credentino, il Sergente Grosso, e i Marò Biaghetti, De Bernardinis, Fiaschi, Gianolli, Masi e Rapetti.

Dopo che i partigiani si furono allontanati con i loro prigionieri, i corpi di Bardelli e del Sergente Grosso furono trasportati da alcune Suore in un Istituto Religioso. Alcuni abitanti di Ozegna e dei partigiani probabilmente non appartenenti alla banda di Urati depredarono i caduti (42), che furono trovati il giorno successivo da un Reparto di Marò comandato dal Comandante Borghese ed il Sottotenente di Vascello Bertozzi; alla vista dei cadaveri, ritrovati spogliati degli indumenti e dei valori personali, strappati gli anelli dalle dita e i denti d’oro dalle bocche piene di terra e di erba in segno di sfregio, (43)Bertozzi minacciò di compiere una rappresaglia contro la popolazione di Ozegna, ma Borghese, sia per il suo intimo sentire, sia perché senza dubbio conscio dell’idealismo di Bardelli, che mai avrebbe voluto un tale crudele atto, seppur tanto comune nella controguerriglia, riuscì a calmare Bertozzi.

Inoltre un tale atto poteva esporre i Marò fatti prigionieri da Urati ad una controrappresaglia da parte dei partigiani.

Buona parte della popolazione di Ozegna si rese conto della gravità dell’azione di “Piero Piero”, e ancora oggi considera con gratitudine il non essere stata coinvolta in una rappresaglia che avrebbe portato molti lutti tra quelle genti incolpevoli.

D’altra parte, l’uccisione di Bardelli significava che ormai le possibilità della Decima di parlamentare con i partigiani si riducevano molto, anche se non si esaurirono mai del tutto. Il responsabile indiretto della strage di Ozegna, Gaetano Oneto, consegnato alla Decima dai partigiani della banda “De Franchi”, sarà fucilato il 4 settembre 1944.

Le salme di Bardelli e dei suoi uomini saranno portate a Ivrea, dove il 10 luglio 1944 furono celebrate le loro esequie. Parteciparono alla cerimonia la Vedova Luigia Bardelli, il Comandante Borghese, il Tenente Colonnello Carallo, Comandante della Divisione Decima, i Marò della Decima e moltissimi civili.

Il funerale di Bardelli, e i forti sentimenti che legavano i Marò al loro Comandante, ucciso a tradimento, sono ben esposti in questa dura lettera di un Marò del Barbarigo al proprio padre:

Il Comandante del glorioso Barbarigo, due Ufficiali e otto Marinai sono caduti in una vile imboscata mentre compivano una umana missione. Oggi ci sono stati i funerali. Credi caro papà che sono ancora commosso mentre ti scrivo; reparti armati numerosi scortavano le gloriose bare, la fanfara accompagnava con l’Inno di Mameli e con marce funebri il mesto corteo. Giunti al Cimitero il Principe Borghese, l’Asso degli Assaltatori, con la sua voce maschia ha fatto l’appello ai Caduti. Questo momento é stato per me e per tutti i miei camerati un momento solenne, con i pugnali sguainati mentre il rullo dei tamburi si faceva sentire tutti hanno risposto ad una sola voce: “Presente”! Ho visto molti Ufficiali e ragazzi con le lacrime agli occhi. Credi papà che un fremito di vendetta ha percorso tutti i nostri animi. I Leoni del Barbarigo e quelli della Decima vendicheranno i gloriosi Caduti e la rappresaglia sarà presto iniziata contro questi porci e bastardi di rinnegati. Questo é il peggio della linea e noi siamo considerati combattenti e faremo il nostro dovere. Sono sempre all’erta e non aver paura che me la cavo sempre. Come vedi la lotta comincia a essere dura, ma la nostra azione e il nostro desiderio è di raggiungere la meta a qualunque costo. Comandante Bardelli! “Presente!” Sarai vendicato! W l’Italia!

Il 28 luglio 1944 fu conferito, postumo, al Capitano di Corvetta F.M. Umberto Bardelli il Distintivo del Barbarigo “Fronte di Nettuno”, numerato “3”.

Sempre postuma fu conferita al Comandante Bardelli la Medaglia d’Oro al Valor Militare, con la seguente motivazione, che in effetti ricostruisce in sintesi la carriera e la tragica fine del coraggioso Ufficiale:

“Ufficiale superiore di belle qualità e di provata esperienza, sorretto da uno slancio e da una fede senza limiti, tre volte decorato al valore; primo comandante del Barbarigo, che per sua travolgente iniziativa per primo si allineò con gli alleati germanici sulla testa di ponte di Nettuno, si recava volontariamente e coscientemente con le esigue forze in una zona notoriamente infestata da bande ribelli.

Giunto nella piazzetta del paese di Ozegna cercò di esercitare opera di persuasione sugli sbandati deprecando la lotta fratricida voluta e sovvenzionata dall’oro dei nemici della Patria. Circondato a tradimento insieme ai suoi pochi uomini da forze preponderanti che gli intimavano la resa rispondeva con un netto rifiuto e fatto segno a violentissimo fuoco di armi automatiche postate agli sbocchi delle vie di accesso alla piazza si batteva con leonino furore incitando continuamente i pochi uomini di cui disponeva. Colpito una prima volta al braccio continuava a sparare con una mano sola, colpito una seconda volta ad una gamba continuava a far fuoco sino all’esaurimento delle munizioni. Nuovamente colpito cadeva falciato da una raffica al petto con il nome d’Italia sulle labbra.

Fulgido esempio di eroismo, di altissimo senso dell’onore, di attaccamento al dovere e di dedizione completa alla Patria adorata”

Ozegna, 8 luglio 1944.

Il 10 settembre 1944 arrivava anche un alto riconoscimento al “suo” Battaglione: il Gagliardetto del Gruppo di Combattimento Barbarigo (comprendente Barbarigo e San Giorgio) era infatti decorato della Medaglia di Bronzo al Valor Militare:

“Armato essenzialmente di fede e di coraggio, chiedeva di essere inviato al fronte di Nettuno per riscattare l’onore della Patria tradita. A fianco dell’alleato fedele, in tre mesi di asperrima lotta, contendeva, fino all’estremo, alle orde travolgenti dei nuovi barbari il possesso di Roma immortale, dando luminose prove di strenuo valore e consacrando col sangue dei migliori il sacro diritto d’Italia alla vita ed alla rinascita”

Fronte di Nettuno – Roma, 4 giugno 1944.

Il 14 settembre 1944, invece, un Decreto Luogotenenziale del Regno del Sud sospendeva il Maggiore G.N. Bardelli dall’impiego “a tempo indeterminato” e lo poneva “in attesa di procedimento penale”, mentre il 27 gennaio 1945, era notificato che l’8 luglio 1944 Bardelli era stato “Ucciso da patrioti”.

Il 4 febbraio 1951, la Commissione Centrale di Discriminazione giudicò “l’ufficiale superiore” Bardelli idoneo a rimanere nei Ruoli sino alla data della sua morte, “avvenuta in servizio ma non per causa di servizio”. Il 23 gennaio 1952 era annullato parzialmente, a tutti gli effetti, il Decreto del 14 settembre 1944, riguardante la “sospensione precauzionale dall’impiego”.

Erano passati sette anni dalle ultime battaglie del Barbarigo e della Decima nel Goriziano e sul Fronte Sud, battaglie dove senza dubbio molti Marò ricordarono, in quelle situazioni disperate, le parole e l’alto esempio del Comandante Bardelli, tenendo fede al giuramento prestato e combattendo sino al limite delle loro capacità.

La salma di Bardelli troverà in seguito dimora nella Tomba Duelli al Verano, assieme a molti dei suoi Marò, e sarà quindi traslata il 16 giugno 2005 al Campo della Memoria, divenuto Cimitero Militare a tutti gli effetti, dove riposerà circondata dai Caduti del Barbarigo.

Sessanta anni dopo la fine della guerra, il Comandante Bardelli vive ancora, perché, come disse egli stesso:

nessuno di voi è morto finché noi non morremo tutti. E fino a quando sarà in piedi uno del Barbarigo lo sarete anche voi. Ma anche dopo che l’ultimo membro del Barbarigo seguirà il suo Comandante e i suoi commilitoni, tutti loro vivranno per sempre nella leggenda che essi hanno scolpito, con il loro sangue e i loro sacrifici, il loro dolore e il loro eroismo, nelle buche di Nettuno, sulle nevi del San Gabriele e tra gli argini del Po.

Davide Bartoccini
dav.bartoccini@gmail.com
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