L’affondamento del Galilea, penne d’alpini perse nel mare

Silenzioso e letale, il pirata assassino di Albione taglia le profondità del Mediterraneo come un predatore vorace. Il Proteus, la divinità dalle mille forme cantata da Omero, il 29 marzo del 1942 ne possiede e mantiene una sola: quella di metallo bagnato che forma lo scafo di un sommergibile inglese classe Parthian in caccia all’imbocco dell’Adriatico. Sono bravi i corsari inglesi; la guerra è incominciata da 2 anni, e loro, che hanno imparato a farla alla maniera poco cavalleresca dei lupi tedeschi, hanno già ottenuto un lauto bottino di morte e vittoria

Là da Poseidonia, dalle isole già tiepide nelle Cicladi, un piroscafo non più bianco e splendente di viaggi spensierati è salpato nella grigia livrea imposta dalla guerra, per riportare a casa penne di montagna. Sono gli alpini della Battaglione Gemona della gloriosa Julia; partiti per ‘spezzare’ le reni alla Grecia a dorso di mulo – “Muso duro e bareta fracà” come solo loro avrebbero saputo fare; ora imbarcati nella loro Odissea per fare ritorno a casa. Il Galilea, nave passeggeri della Adriatica Società di Navigazione varata come Pilsa, adesso nave ospedale che porta soldati, vanta 8,040 tonnellate, due eliche che la spingono a una velocità di 13 nodi e mezzo via Lutraki, fino a Corinto, verso Bari. Con la Crispi e la Viminale, i piroscafi Piemonte, Ardenza e Italia; il cacciatorpediniere Sebenico con la torpediniere San Martino, Castelfidardo, Mosto e Bassini per scorta. Tutti diretta in Italia in convoglio. E di lì, il suo carico d’anime sarà destinato a partire per la Russia.

Il convoglio è in rotta, protetto dai caccia e dagli aereosiluranti della Regia Aeronautica di giorno, abbandonato a se stesso, alla fortuna e all’incoscienza di notte. La guerra sottomarina nell’Atlantico ha già reso noto il rischio che corrono i mercantili e le navi da trasporto che spostano intere divisioni o rifornimenti oltremare, lì, dove i siluri colpiscono senza lasciare scampo. Gli inglesi lo sanno bene: lo hanno scoperto a loro spese; lo sanno i tedeschi, che quella guerra l’hanno inventata, e lo sappiano anche noi italiani, con i nostri Adua come lo Scirè. È un errore compiere grandi spostamenti di truppe in mare infestato di sottomarini come il Mediterraneo, con Malta ancora in mano a Sua Maestà, e Gibilterra pronta ad aprire le colonne d’Ercole a quei sottomarini pieni di corsari che non vedono l’ora di sventolare il Jolly Roger.

A bordo del Galilea, ammassati tra i saloni della prima e della seconda classe, sparsi sui i vari ponti, gli alpini fumano sigarette e giocano a carte, si raccontano cosa faranno appena tornati in Italia, chi li aspetta; pensano a chi non è tornato, a chi ha trovato la morte in Jugoslavia e a chi si perso in Grecia, nell’Epiro; perso o ucciso sulle montagne dagli sbandati di quell’esercito così inferiore eppure così duro da spezzare. S’intonano cori, i cori di sempre.. ” Il testamento del Capitano“. Si beve grappa, si scruta l’orizzonte che s’avvicina lentamente di giorno e non si scorge di notte; si soffre il mare, che quella notte è mosso, e gente di montagna chi l’aveva mai visto così.

Sotto il mare in burrasca del Canale d’Otranto che apre le porte all’Adriatico, un singolo predatore è teso in agguato. Sono le 23.45. Segnali dalla superficie, eliche di un convoglio in avvicinamento. Il tenente di vascello Phillip Steward Francis, al comando dell’HMS Proteus poggia l’occhio al periscopio: navi nemiche a proravia. Avvicinamento silenzioso, quota siluri. Allagare i tubi, e fuori.. Il siluro corre sulla nave che al è capitata al centro della croce di collimazione .. corre sott’acqua, sopra le onde ancora si canta. Colpisce il lato sinistro dello scafo. Provoca uno squarcio di 6 metri sotto il ponte di comando, la nave imbarca immediatamente tonnellate d’acqua, s’inclina di 15 gradi e il mare in tempesta fa il resto. Sulla nave ospedale Galilea non ci sono abbastanza lance di salvataggio e giubbotti salvagente; chi può si lancia in mare e affoga nell’oscurità. Le piume scompaiono nella burrasca. Muoiono in oltre 600 – 21 ufficiali, 18 sottufficiali, 612 alpini di truppa, sotto il comando del  capitano D’Alessandro; che non ha tempo di cantare testamento. Dei 1.275 uomini imbarcati sulla Galilea, solo 284 riescono a mettersi in salvo. Molti affondano ancora vivi con la nave.  Il resto del convoglio di disperde, la la torpediniera Mosto interviene e lancia delle bombe di profondità. Ma i Corsari la fanno franca, di li a pochi giorni faranno rotta verso il Bosforo con una tacca in più da esibire: è una guerra orrenda e vile, la guerra sottomarina. Alle 3:50 del mattino del 29 marzo, sulle coordinate 04.93 N 20.05 il Galilea scompare per sempre inabissandosi.

La notizia del disastro, telegrafata solo il giorno dopo a seguito si disperate ricerche di superstiti e altri tafferugli con il naviglio nemico, raggiunge le alte montagne e spezza il cuore al Friuli: la Gemona non esiste più. Ciò vale la Medaglia al Valor Militare d’appuntare sull’insegna di reggimento che altri porteranno. MAI DAUR GEMONA!

di Davide Bartoccini

 

 

 

 

 

Davide Bartoccini
dav.bartoccini@gmail.com
2 Commenti
  • Vittone Rosella
    Pubblicato alle 07:16h, 10 luglio Rispondi

    Il fratello di mia mamma. Berruto Giuliano, ha perso la vita nell’affondamento della nave Galilea. Era un alpino,faceva parte del Battaglione Gemona. Io non l’ho conosciuto perchè non ero ancora nata ma mia mamma che l’ha pianto tutta la vita mi raccontava della loro complicità nel lavoro di campagna e nei momenti di svago (ballavano insieme). Negli anni sessanta è riuscita a far rimpatriare le sue spoglie che adesso riposano nella tomba di famiglia nel cimitero di Riva presso Chieri.
    Leggere quanto ha scritto mi ha fatto conoscere la dinamica del disastro avvenuto quella notte. Grazie. Rosella Vittone

    • Davide Bartoccini
      Pubblicato alle 07:30h, 10 luglio Rispondi

      Grazie a lei Rossella, e onori a suo zio.
      D.B.

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