Cento anni fa cadeva nel cielo il Barone Rosso

Il 21 aprile di cento anni fa, sulla pista del campo di volo sulla Somme, in Francia, la domenica si presenta assolata. Un triplano completamente dipinto in rosso, un Fokker dr.I , attende di spiccare il volo in fila con gli altri, tutti di colori sgargianti. Il suo pilota, un venticinquenne proveniente dalla Slesia, capitano di cavalleria, abbraccia per l’ultima volta Moritz, il suo enorme e inseparabile mastino tedesco, poi prende posto nel piccolo abitacolo di legno e tela, e con la sua squadriglia, la Jasta 11 – nota come il ‘circo volante’ – prende il volo per l’ultima volta. Risponde al nome di Manfred Freiherr von Richthofen.

Il Barone Rosso, o le Diable Rouge come era noto ai francesi, ha accumulato un numero di vittorie straordinario: 81 abbattimenti accreditati di avversari inglesi e francesi. Ottanta aerei che uno dopo l’altro, da quando è divenuto pilota nel 1916, ha sfidato in duello aereo come un cavaliere alato e ha visto cadere nella terra di nessuno. Appena ventenne è forse l’uomo più famoso di tutto l’impero. Una leggenda vivente le cui gesta ogni settimana compaiono sui giornali, di cui tutti, nelle strade di Berlino, leggono l’autobiografia che diviene subito un best-seller. “Quando volo al di sopra delle trincee fortificate e i soldati gridano di gioia vedendomi e io guardo le loro facce grigie, consumate dalla fame, dalla mancanza di sonno e dalla battaglia, allora sono felice e mi rallegro. Dovresti vederli; spesso dimenticano il pericolo, saltano sulla tettoia sventolano i fucili e mi salutano. Questa è la mia ricompensa, madre, la mia ricompensa più bella”. Con queste parole Manfred, l’asso degli assi, raccontava a sua madre cosa volesse dire essere una speranza nel primo conflitto mondiale.

Come pilota da caccia si è già guadagnato la “Pour le Mérite”, la più alta onorificenza militare dell’impero concessa per il coraggio dimostrato sul campo (stessa che ottenne Jünger nelle sue ‘Tempeste d’acciaio’) – e gli venne conferita dal Kaiser Guglielmo II in persona, che teneva a conoscerlo. Continuamente invitato nei club dei veterani, nelle scuole e le università, negli ospedali, per tenere discorsi, firmare autografi e alzare il morale di un paese straziato da una guerra di logoramento che contava più morti di quanti non ne avesse mai potuti immaginare, accresce di giorno in giorno la sua fama. I funzionari militari tentano continuamente, e senza successo, di rimuoverlo dalla prima linea, per farlo concentrare sulle ‘pubbliche relazioni’: per non correre il rischio che il ‘Barone Rosso’, il simbolo di una nazione in guerra, possa essere abbattuto. Ma Richthofen non vuole saperne. Ogni giorno lui, suo fratello Lothar, suo cugino Wolfram, e i compagni di squadriglia come Hermann Göring, saltano sui loro triplani da caccia di mille colori e vanno a cercar baruffa con i caccia Sopwith del Royal Flying Corps britannico e i Nieuport dell’Aéronautique Militaire francese.

Nel luglio del 1917 viene abbattuto e rimane gravemente ferito alla testa durante l’atterraggio di fortuna che ne preserva la vita. Ricoverato in ospedale per diversi mesi, tornerà alla sua squadriglia per riprendere a volare. Ma qualcosa aveva segnato profondamente il suo spirito dopo quell’esperienza. Nel suo diario di guerra scriveva: “Quando leggo il mio libro, mi vedo smargiasso e sfacciato. Ora non mi sento affatto sfacciato. Dopo ogni battaglia aerea mi sento infelice e quando tocco il terreno, mi nascondo nelle mie quattro mura e non voglio parlare o sentire nulla. La guerra è una cosa seria.”

Quando quella domenica di aprile decollò da Cappy, per fare rotta sul fronte, nei pressi di Vaux-sur-Somme, la sua unità si scontrò immediatamente con una squadriglia inglese che contava tra i suoi piloti il canadese Arthur ‘Roy’ Brown. Notato che suo cugino Wolfram aveva un caccia di coda, sì precipitò a difenderlo per permettergli di disimpegnarsi; ma Brown si mise sulla sua coda a sua volta, e il duello con i due caccia inglesi si consumò a bassissima quota sulla terra di nessuno che divideva gli schieramenti. Finito in volo sulla zona controllata dalla fanteria australiana – pesantemente armata di contraerea –  iniziò ad essere bersagliato mentre Brown gli era ancora di coda. Poco dopo, il magnifico triplano rosso cadde sulle linee. Un proiettile, forse sparato dalle mitragliatrici di Brown, forse da quelle degli artiglieri canadesi, aveva colpito il barone attraversandogli il cuore. Venne ritrovato riverso sulla cloche. Il Barone Rosso, l’asso degli assi, era morto. 

Brown venne accreditato della vittoria, ma egli stesso non era convinto di aver abbattuto Richthofen. Dato il rispetto che si era guadagnato nei suoi nemici, ricevette un sentito funerale militare con tutti gli onori. Dopo la guerra, il feretro venne trasferito all’Invalidenfriedhof di Berlino per motivi di propaganda, per poi trovare il suo posto definitivo nella tomba di famiglia, a Wiesbaden. Accanto a sua madre.

di Davide Bartoccini

Questo articolo è stato scritto per IlGiornale.it
Davide Bartoccini
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