Hitler è morto

L’odore di un rifugio in cemento armato colmo di sconfitta e paura è nauseante. L’aria si fa più pensante di giorno in giorno. I topi sono stretti nelle viscere dall’avvicinarsi dell’inevitabile. Vorrebbero, ma non possono fuggire. Ovunque lo spettro della morta aleggia, scosso dai colpi dell’artiglieria che martella la superficie; che è calpestata dagli stivali dell’Armata Rossa, che strada per strada, palazzo dopo palazzo, tra i cumuli di macerie che seppelliscono i corpi straziati dalle esplosioni, corrono verso di loro in un’avanzata incessante. Uno dopo l’altro, uomini, donne e bambini, hanno colto il presagio dell’atroce realtà, lo stato delle cose per quelle che sono veramente. È la disfatta, la caduta. La fine che è arrivata. Inesorabile. E bussa a suon di cannonate su quel cemento armato.

Fuori le munizioni finiscono. Proseguire una qualsiasi resistenza è inconcepibile. Nella penombra del bunker che sorge sotto la Cancelleria, illuminato dalla luce fioca di poche candele, e dalla luce traballante di un gruppo elettrogeno che va e viene, tra i resti del pranzo, e berretti degli ufficiali delle SS abbandonati a terra, o caduti per l’esplosione dell’ennesima bomba aeronautica arrivata abbastanza vicina, si respira l’umidità mista al fetore. Sembra un obitorio pieno di fantasmi. Camici da infermiere e uniformi sembrano fluttuare. Le fiale di cianuro sono state distribuito come indispensabile manufatto al termine di un macabro rituale. La bava alla bocca, in qualche sala d’anticamera già riscuote il disgusto di chi vuole o deve rimandare. Morire per timore di essere presi vivi. Fare i conti con se stessi, adesso e subito, purché non farli con i russi. Quelle belve. Quelle bestie. Quei vendicatori impossibili da frenare. Senza munizioni, senza benzina, senza uomini.

Dalla fondina mai usata prima, una pistola automatica, corta ed elegante, viene tirata fuori e poggiata sulla scrivania. Pare che qualcuno stia scopando di là, per l’ultima volta. Qualcun altro invece, come Magda Goebbels, accarezza la fronte dei figli, così biondi, così innocenti, così increduli; e pensa alla Morfina che dovrà iniettargli per farli cadere in un sonno irreversibile. Il preludio di una morte dolce.

Sono le tre del pomeriggio dell’ultimo giorno d’aprile del 1945. Sesto anno di guerra. Il cane lupo del führer, Blondi, giace sul pavimento a zampe distese. È su un tappeto lurido. È morto. Una fiala di cianuro imboccata e rotta tra le fauci per il volere del suo stesso padrone. Un test d’efficacia. La moglie del führer, oggi Eva Hilter, poiché sposata l’alba precedente, è morta in una smorfia inumana. La piccola Walter PPK, quel tipo di pistola che ha eseguito milioni di esecuzioni lungo tutto il fronte orientale, attende sempre sulla scrivania. In penombra. Una mano tremolante e insignificante la accarezza inquieta. La arma, tirando indietro il carrello, fissando giù cane. L’istante si dilata, tra le droghe ingerite, e il vortice dei pensieri, dei ricordi, delle colpe, degli errori, dell’oscena banalità di un male enorme che non appariva tale. Prima. Adesso l’idea è lucida. Il peso del gesto necessario. I colpi d’artiglieria cadono sulle teste della gioventù hilteriana. Bambini armati di panzerfaust che indossano elmetti ridicolmente grandi. Dondolano a ogni bordata. Gli stivali dei bolscevichi  avanzano, sono a poche centinaia di metri sulle loro teste. La fiala di cianuro ficcata in bocca si romperà. La mano tremolante di un vecchio consunto cesserà di tremare. La guerra è persa. Il ferro della canna poggia sulla tempia destra e il colpo singolo attraversa il cranio; e con esso quell’ultimo miserabile pensiero. Disfatta. Adolf Hitler è morto. Giace nel suo sangue, sul pavimento del suo bunker. Nel suo testamento farneticante, dettato il giorno precedente alla sua segretaria personale, froilain Junge, ha lasciato detto di bruciare il suo corpo smagrito e malato, pieno di cocaina e oppiacei, sgualcito nei suoi abiti grigi e banali, con la sua ridicola croce di ferro appuntata sul petto, e i suoi rinomati baffi stretti, tagliati di fresco. Ha paura che i russi possa vilipenderlo e farlo a pezzi, scuoiarlo e appenderlo come si farebbe con un trofeo di caccia. Era venuto a sapure della fine di Mussolini. Verrà accontentato dal capo della Gestapo Mueller e dal suo staff medico. Cosparso di benzina nel giardino della Cancelleria insieme a Eva, e dato alle fiamme come un rifiuto, come una carcassa di animale. I resti, parzialmente carbonizzati, verranno trovati e identificati la mattina di due giorni dopo dagli uomini dello Smersh, il controspionaggio sovietico.

Mentre il nuovo cancelliere, il grandammiralglio Dönitz apprende di essere il nuovo fürher. Mentre il capo delle SS, il Reichsführer Heinrich Himmler decide di rinunciare ai suoi di baffi, e anche ai suoi inseparabili e tondi occhiali da vista – dimostrando che il più temibile e feroce aguzzino del Nazismo non era altro che un uomo anonimo, senza la divisa nera e i galloni, senza lo stemma del totenkopf, le sue guardie del corpo dai guanti bianchi, i suoi baffi e i suoi occhiali. Mentre tenta di scappare sotto falsa identità in Svizzera, viene catturato da una pattuglia inglese – ci vorrà quasi un mese prima che qualcuno lo riconosca. Mentre Rudolf Hess è già prigioniero degli inglesi da due anni ed è ritenuto insano di mente per esser volato sulla Scozia. Mentre il corpo di Joseph Goebbels giace in silenzio accanto a quello dei suoi sei figli e di sua moglie. Mentre Bormann e Göring discutono come due bambini su chi debba prendere il comando e contrattare la ‘resa con gli americani’ al cospetto di testimoni sgomenti. Moriranno entrambi, uno quello stesso giorno, con una scheggia di metallo che gli recide la gola mentre è in fuga dal Führerbunker; l’altro a Norimberga, nella sua cella, affogato nel cianuro dopo il patetico spettacolo inscenato davanti al tribunale militare internazionali che lo ritiene colpevole di ogni crimine di guerra perpetrato dal regime e che per questo intende giustiziarlo per impiccagione. Voleva essere fucilato.

I pochi che riusciranno sfuggire agli alleati, nascosti sugli u-boat diretti in Argentina o scappati tramite la ‘Ratline’ che si diramava dalla Svizzera allo Stato Vaticano, all’America Latina, verrano rintracciati dalla Wiesenthal e poi braccati dal Mossad, come vendetta per la ‘soluzione finale’ che hanno ideato e perpetrato. Questo l’epilogo degli artefici di quella che la sociologa americana Hannah Arendt riassunse con la nota espressione ‘la banalità del male’. Questa la fine dell’uomo che ottenne il potere in Germania con la forza delle sue parole; che scatenò la guerra totale provocando cinquanta milioni di morti; che conquistò più terre di Carlo Magno e Napoleone; che pianificò il folle e scellerato sterminio della ‘razza’ ebraica: una pallottola calibro 7,65 che gli apre la testa e impregna il divano della sua stanza di sangue, fuoriuscito denso e copioso. Un istante. Quasi banale.

di Davide Bartoccini

Davide Bartoccini
dav.bartoccini@gmail.com
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