Good Bye John McCain, il “Maverick” eroe del Vietnam

Una scossa e la fumata dalla carlinga, l’avvitamento lieve, poi infernale e giù senza controllo. Appena il tempo di eiettarsi dal leggero A-4 Skyhawk. John McCain pilota di Marina decollato dalla USS Oriskany per una missione di bombardamento strategico è stato abbattuto nei pressi di Hanoi da un missile lanciato dalla contraerea nordvietnamita.
 
Il paracadute si apre.. scende lentamente, e si poggia sull’acqua di un lago solitario nel cuore della giungla mano ai Vietcong. Si aggrappa al life jacket con i denti e lo gonfia appena. Ci metteranno poco a trovare lo yankee che sputa fuoco dalle nuvole.
 
Recuperato, il giovane capitano di corvetta dell’Us Navy finisce dritto dritto nel durissimo campo di prigionia di Hoa Lo – il famoso “Hanoi Hilton” – dove più che un Pow è un prigioniero politico come tutti gli altri americani, o peggio, un ostaggio da torturare in cambio del ritiro delle forze armate americane da una guerra complessa. A casa, a Philadelphia, lascia una moglie e tre figli in balia dello sconforto; è uno dei tanti MIA della campagna in Vietnam: Missing In Action. È il 26 ottobre del ’67.
 
L’assetato lettore di libri di storia, lo scalmanato dai capelli a spazzola presto brizzolati, che quando era in procinto di prendere le ali per la Marina, preferiva fare l’alba con i compagni in un localino esotico chiamato “Marie the Flame of Florida”.. che trascorreva tutto il tempo libero ad abbronzarsi sulle spiagge invece di studiare i manuali, per colpa delle distrazioni venne tenuto distante dai jet da caccia.. rassegnandolo ai bombardieri. Sopravvisse a 5 incidenti. Il primo in addestramento, quando si libero per un pelo dal suo AD-6 Skyraider che affondato per oltre 10 metri in mare, nuotando ferito fino alla superficie per riprende un preziosa boccata d’aria; l’ultimo quando un missile lanciato da un Phantom lo centro per sbaglio mentre era ancora sul ponte di una portaerei al largo del Tonchino. Era scampato ad un secondo e un terzo incidente, entrambi sui T-2 Buckey. E poi al quarto, una volta arrivato sul ponte della portaerei USS Enterprise dalla quale decollava durante la crisi dei missili cubani nel ’62.
 
Ma non si perde d’animo il Maverick. Con la crisi del Golfo del Tonchino finisce con il suo squadrone a prendere parte all’Operazione Rolling Thunder: l’interdizione aerea svolta tra il 1965-1968 nel Vietnam del Nord attraverso raid strategici lanciati contro bersagli specifici pre-selezionati come depositi di armi, fabbriche e ponti. Durante la sua ventitreesima missione di bombardamento contro la centrale di Yen Phu, nel centro di Hanoi, viene agganciato da un radar della rete di difesa antiaerea e un missile SA-2 sovietico lo centra. A causa della forza d’avvitamento nell’espulsione si frattura il braccio destro in tre punti, il braccio sinistro e la gamba destra all’altezza del ginocchio. È privo di conoscenza quando tocca l’acqua e rischia quasi di affogare tra le funi del paracadute. Trascinato a riva viene malmenato dai viet, spogliato e infilzato con la baionetta al piedi sinistro, per non farlo scappare, e poi anche all’inguine, per sicurezza. Lo attende un soggiorno prolungato all’Hanoi Hilton, e questo è un anticipo del servizio.

Le cure mediche gli vengono negate, non era villeggiatura quella. Venne interrogato, e lasciato quasi morire poiché privato delle cure mediche; questo finché qualcuno ai piani alti di Hanoi scopre il grado del padre, Ammiraglio dell’US Navy. La scoperta gli procura le cure mediche che potranno tenerlo in vita come ostaggio, e anche un nomignolo, quello di “il principe ereditario”. Ma i pestaggi riprendono immediatamente dopo una tregua tenue, mentre le braccia sono ancora rotte, e le ferite lievemente rimarginate. Neanche un paio di crucce riescono a tenerlo in piedi a quel Maverick. Ridotto a uno stato di semi morte, esposto all’attenzione degli alti ufficiali nordvietnamiti che lo ritengono senza dubbio un rampollo dell’élite politico-militare-economica americana, viene spostato dall’Hanoi Hilton, dove sarebbe certamente morto come un terzo dei suoi illustri ospiti, ad un campo di periferia soprannominato “la piantagione”. Messo in cella con i piloti dell’USAF George “Bud” Day e Norris Overly, che improvvisate cure da campo, seppero tenerlo in vita, un po’ per l’esperienza vissuta sui loro stessi corpi prima di lui, un po’ per la sua indomabile voglia di vivere – la stessa che avrebbe sbattuto in faccia al cancro. 
Torturato ogni giorno due ore, in preda alla perenne dissenteria, denutrito e messo in cella di isolamento per due anni, finisce a sceglire la via del suicidio come liberazione da uno strazio quotidiano di interrogatori programmati studiati appositamente per sbriciolare l’umore dei prigionieri di guerra ed estorcere dichiarazioni contro gli Stati Uniti finalizzate alla propaganda nordvietnamita. Gli verrà impedito dalle guardie della “piantagione”.
Terrà duro fino al 1973, quando gli Accordi di Parigi porteranno in salvo migliaia di pow americani, che sorrideranno negli scatti indelebili degli aerei da trasporto dell’USAF, gli Hanoi taxi che finalmente riportavano indietro gli scheletri pieni di vita scampati alla prigionia del Vietnam. Tra tutti quei volti sorridenti da morire, c’era anche quello di John McCain; decorato con la Stella d’Argento, la Stella di Bronzo, la Legione di Merito e il il Purple Heart.
Sarebbe diventato Senatore degli Stati Uniti, ma questa è un’altra storia, e qui, be’ qui non si parla di politica.
di Davide Bartoccini
Davide Bartoccini
dav.bartoccini@gmail.com
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