30 anni fa la ritirata dell’Armata Rossa in Afghanistan

Trenta anni fa, l’ultimo uomo dell’Armata Rossa attraversa il ponte dell’Amicizia sull’Amu Darya, decretando il completo ritiro dell’Unione Sovietica dall’Afghanistan. È il generale Boris Gromov, l’ultimo comandante della 40ª Armata inviata a sedare la guerra civile. Ad spettarlo alla fine del ponte di ferro ricolmo di bandiere rosse che sventolano per il ritorno a casa di un esercito battuto, il figlio adolescente che tiene in mano un mazzo di fiori. Dopo 9 anni di conflitto e 50 mila morti sacrificati dalla “madre” Russia, l’ultimo generale lascia la “tomba degli imperi”. Dinnanzi a lui una lunga fila di blindati e di uomini con il kalashnikov in spalla, la tel’njaška sotto la mimetica, il volto segnato e tanti compagni lasciti morti sul campo. L’Afghanistan è stato una grande disfatta.

 È 15 febbraio 1989, “ultimo soldato sovietico a lasciare l’Afghanistan” è il simbolo della vittoria dei mujaheddin, che combattendo una guerra di liberazione, e “per procura” allo stesso tempo, possono festeggiare la cacciata del secondo esercito più potente del mondo dalla loro terra. Senza l’impegno dalla CIA questo non sarebbe potuto accadere; ma grazie alla fornitura di armi architetta dal deputato texano Charlie Wilson, che passando per il Pakistan arrivarono nelle mani dei coraggiosi “combattenti del jihad”, esperti nella pratica della guerriglia e decisi a non piegarsi a nessun invasore, l’URSS viene messo davanti ad una situazione insostenibile che ha portato il Cremlino a optare per una “ritirata onorevole” per mettere fine ad uno dei conflitti più sanguinosi della storia.
Ma come si arrivò a questo disimpegno e quali valutazioni posso essere prese in esame in confronto alla ritirata che proprio il 15 febbraio verrà avviata dalle truppe degli Stati Uniti d’America? La ritirata pianificata dal Mosca, durata dal maggio 1988 al febbraio 1989, fu un’operazione di disimpegno ben progettata, che consentì alla Repubblica Democratica dell’Afghanistan (Dra) di sopravvivere per altri tre anni dopo la fine dell’occupazione sovietica, ma che lasciò il paese nel risentimento che avrebbe portato alla radicalizzazione e all’istallazione di una feroce teocrazia islamista.

Tutto ebbe iniziò nel novembre 1986, quando il segretario Mikhail Gorbachev ordinò la ritirata dal paese di tutte le truppe sovietiche entro la fine del 1988 a causa della fase di stallo di un conflitto che non lasciava nessun’altra via d’uscita. L’Afghanistan era diventato “una ferita sanguinante” per l’Unione Sovietica che per 9 lunghi anni aveva inviato uomini e mezzi per piegare su una terra inospitale un esercito di ribelli risoluto e apparentemente infiaccabile, contrario all’instaurazione di una repubblica democratica comunista. O più semplicemente, al dominio di una potenza straniera. Nonostante i cambi di tattica, i bombardamenti a tappeto e l’appoggio aereo dei letali elicotteri “Hind”, le perdite registrate nel 1985 convinsero la leadership sovietica che era inutile proseguire il conflitto.

Gorbaciov convocò i membri chiave del Partito democratico popolare dell’Afghanistan (Pdpa), incluso il suo nuovo segretario generale Muhammad Najibullah, a Mosca verso la fine del 1986, informando il direttivo dei comunisti afgani che avevano due anni per prepararsi al ritiro delle truppe sovietiche e intavolare una politica di riconciliazione nazionale che sarebbe stata resa possibile e sostenuta da un massiccio aiuto economico, finanziario e militare.

Vennero così ratificati i cosiddetti Accordi di Ginevra del 1988 tra Afghanistan e Pakistan, con l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti come garanti, che posero fine all’intervento sovietico nella guerra civile afghana e stabilirono un calendario che scandisse il ritiro dell’Armata Rossa, basato su meticoloso piano elaborato dallo Stato Maggiore sovietico che attraverso una completa copertura aerea e il fuoco di sbarramento delle batterie di artiglieria non intendeva perdere ulteriori uomini nella fase di disimpegno – si registrarono tuttavia 500 caduti.

Nell’aprile del 1988, la 40ª Armata sovietica che si apprestava al ripiegamento e alla ritirata era composta da 100.000 uomini  di 4 divisioni, e diverse brigate e reggimenti d’assalto compresi i famosi “Spetsnaz“. Dotati di mezzi blindanti e corazzati, con il supporto aerei di sette squadroni di caccia e diversi squadroni di elicotteri d’attacco. A questi erano affiancati i consulenti militari del Ministero dell’Interno sovietico, personale del Gru e del Kgb. La maggior parte dell’esercito sovietico era dispiegata nelle grandi città, e negli aeroporti principali dai quali partivano i “raid senza quartiere sulla popolazione”, tutti situati nelle province orientali.

La ritirata

La ritirata, suddivisa in due fasi – 1988 e 1989 – avvenne lungo due “corridoi”. La sezione occidentale da Kandahar, a Shindand e Herat per terminare Kushka; la sezione orientale da Kabul al passo Salang per terminare con l’attraversamento del cosiddetto ponte dell’Amicizia a Termez in Uzbekistan. La prima metà delle truppe (come varrà anche  per gli Stati Uniti) coinvolse 50.000 uomini delle guarnigioni fondamentali, seguita poi dal ritiro delle batterie missilistiche di Scud, e dai mezzi pesanti, il tutto sulla base di un negoziato per il cessate il fuoco con i leader dei ribelli afghani, e una copertura di carri armati e aerei che fungevano da difesa contro gli sparuti gruppi dei mujaheddin “autonomi” che continuavano ad interferire con la ritirata, incalzando i sovietici ovunque potevano. Contestualmente altri gruppi di ribelli attaccavano le forze della Repubblica Democratica Afghana che invocava il supporto russo senza ricevere a parte qualche caso singolare e strategico.

La seconda fase della ritirata, iniziata nell’inverno del 1989 a metà inverno, riguardò la seconda metà delle truppe dopo la garanzia accordata da Mosca di poter disporre di ulteriore supporto aereo per limitare le perdite. Come pianificato, per la prima settimana di febbraio i sovietici avevano ritirarono sotto il perenne battere di pale degli Hind il rombo dei jet Sukhoi il grosso di quel che rimaneva della 40ª armata. Lasciando al comandante sconfitto e le ultime brigate l’attraversamento simbolico del confine afghano-uzbeko.

Le conseguenze della ritirata e la storia che si ripete

Contestualmente alla ritirata, i “finanziatori” dei mujaheddin – Stati Uniti, Pakistan e Arabia Saudita – che nello scacchiere internazionale e nel campo di battaglia globale della Guerra Fredda potevano vantarsi di una vittoria decisiva, rafforzarono il loro appoggio agli insorti afghani: che nei vuoti di potere lasciati dai sovietici incalzavano e sovrastavano con facilita le forze governative della Repubblica Democratica Afghana, impossessandosi di province e snodi importanti. Principalmente nell’Afghanistan orientale (come è avvenuto in questi ultimi mesi). Questo porto ad un radicarsi dei combattenti del jihad in questa regione, e ad un proliferare di radicalizzati in una terra devastata da 9 anni di guerra cruenta, scandita da rastrellamenti e bombardamenti sulla popolazione civile, di villaggi completamente distrutti e che contavano decine di migliaia di morti.

Lì dove la Cia poteva dire di aver sconfitto il comunismo, l’Unione Sovietica lascia 50.000 soldati morti, enormi spese per sostenere la macchina militare, e oltre al corrispettivo di 4 miliardi di dollari aiuti che gravavano su un’economia già al collasso per sostenere il regime di Najibullah fino al 1991 contro i combattenti del Jihad afgani.Mohammad Najibullah verrà poi condannato a morte nel 1996 dai talebani del Mullah Omar che prenderanno il controllo di Kabul e sovvertendo il governo finanziato da Mosca decreteranno la fine della Repubblica Democratica istaurando l’Emirato Islamico dell’Afghanistan. Emirato che gli Stati Uniti fecero crollare in seguito all’invasione del 2001 in nome dell’inizio della “lotta al terrorismo”. Lotta non del tutto vinta, combattuta su una terra che dopo 30 anni, lo stesso 15 febbraio, vedrà l’inizio della loro grande ritirata – anch’essa in due fasi – che forse porterà in Afghanistan un futuro di “stabilità”, che non possiamo prevedere, ma che ci auguriamo sia scandito da una pace duratura sotto un governo islamico radicale, ma moderato.

di Davide Bartoccini , per IlGiornale.it

Davide Bartoccini
dav.bartoccini@gmail.com
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